"Se vinco si riapre tutto Allenare l’Inter? Mai nella vita"

Ancelotti: "Non è la mia ultima stracittadina: per rinnovare il contratto ho 15 mesi...". "Ronaldinho sta bene e Beckham è indispensabile: coi Galaxy ne riparleremo"

nostro inviato a Milanello

Carlo Ancelotti chiuso a riccio in difesa, il Milan votato all’attacco e allergico a ogni distrazione, Beckham compreso. Sono le contraddizioni classiche di una vigilia quasi banale dello speciale derby di Milano, il secondo della stagione che trova il Milan staccato di 8 punti. O vince e riapre qualche «speranziella» oppure, si chiude bottega in largo anticipo rispetto alle canoniche scadenze. «Vincendo è ancora possibile lo scudetto» azzarda Ancelotti ed è uno dei pochi momenti in cui sfugge alla tattica difensiva adottata nei confronti di Mourinho («quel che di nuovo ha portato è nel metodo di allenamento» il riconoscimento pubblico) cui riserva solo una stoccata. Una ma buona. «È legittima la sua ambizione di allenare il Milan, il club più titolato al mondo. Io no, non potrei mai allenare l’Inter, per la mia storia personale a cui tengo più di ogni altra cosa» il testo della risposta al peperoncino.

Impreziosita da qualche battuta, tipo quella scodellata su Kakà e Gattuso(con loro assenti, Milan sempre battuto, ndr): «Allora me li porto in campo». Per il resto è un Ancelotti chiuso a riccio, in difesa. Specie quando ipotizza il proprio futuro. «Zero possibilità su 100 che questo possa essere il mio ultimo derby a Milano» scommette più per mettere la sordina alle voci che circolano sulla sua panchina che per autentica convinzione. Lo sa anche lui come può finire dopo 8 anni strepitosi: con lo scudetto all’Inter, solo il trionfo in coppa Uefa e il secondo posto possono salvarlo dall’arrivo di un successore (Leonardo, ndr). «Ho tempo per rinnovare il contratto, mancano un anno e tre mesi alla scadenza» ricorda lui con puntiglio.

Nessun paragone con quel derby d’Europa del 2003 trasformato in un supplizio. Allora Ancelotti rischiò grosso prima di assaporare il gusto unico di Manchester. «Io di pressioni non ne avverto e comunque alle spalle ho tanti di quei trofei rispetto al 2003» spiega con l’orgoglio necessario ad allontanare le ombre della sera. Gioca senza Kakà e mai se ne lamenta in pubblico, non ha nemmeno a disposizione un attaccante in forma per la panchina (Sheva acciaccato, Inzaghi mezzo influenzato, Borriello operato per una cisti al polpaccio gli han trovato un muscolo lacerato e staccato, stagione chiusa) e non ne fa cenno, c’è Nesta che rischia grosso (operazione alla schiena, addio carriera purtroppo) e non inarca il sopracciglio, infine adAppiano Maicon risulta recuperato e lui non fa una piega («non mi cambia la vita» precisa).

Solo per Beckham s’accende in volto. «Per noi ora è indispensabile» scolpisce Ancelotti avendo nelle orecchie le assicurazioni di Galliani rinforzate dalle parole del portavoce dell’inglese («la prossima settimana riparleremo con i Galaxy»). E allora meglio pensare solo al derbye alla strategia da scegliere, semplicissima da illustrare, un po’ più complicata da realizzare. «Dobbiamo giocare sui loro difetti» spiega Ancelotti. Già, ma come mai resistono quei punti di distacco, allora? «Se siamo leoni coi forti e agnellini con gli ultimi non è una questione psicologica» risponde Carletto parlando più con Galliani che col cronista perché poi questo è il contenzioso aperto tra il club e l’allenatore ilquale riconosce all’Inter il merito di «aver aggiustato alcune partite» non nel senso malizioso del termine, ma nel senso di averle rimediate nel finale. Lui stasera, è l’ultima contraddizione, deve mettersi nei piedi di Ronaldinho, fin qui tenuto in disparte. «L’ho visto bene fisicamente a Londra» indovina Ancelotti giocando ancora in difesa. «Con Inzaghi in forma avrebbe giocato Pippo» detta alla fine.