Se Volo vola basso, il Chievo vola via

Sui palmari abbiamo seguito "Malombra 0.2". In letteratura ha spopolato
il "neo-fogliettonismo". E se la politica ci ha regalato un pentapartito
del tutto inedito, il <em>fair play</em> finanziario calcistico ci ha scippato
la squadra più forte

Archiviato, in politica, il conservatorismo rivoluzionario del pentapartito «alla francese»; rottamato, in letteratura, l’unanimismo «neo-fogliettonista» del Gruppo ’03; oscurata, sui microschermi dei nostri palmari i-Caz, la serialità compressa di Malombra 0.2 e del Barante rampone; azzerata persino, a causa del «trasloco» dell’intera società nell’Eredivisie olandese, la dittatura calcistica del Chievo Verona, noi, cittadini privilegiati del Distretto Europa 1, siamo tutti idealmente qui, a Baku, estrema propaggine orientale del Distretto Europa 10, dopo che l’amico russo ha preferito convolare a nozze (la Storia dirà quanto giuste) con quello americano, per affacciarci con timore e tremore sull’abisso degli entranti anni Venti.
Da questo avamposto, desiderosi di conoscere il nostro destino, puntiamo i potenti raggi visori XYZ, intraprendenti nipoti dell’ormai obsoleta tecnologia Gps, in direzione del Celeste Impero. Meglio, della sua rete neurale, del suo sistema nervoso centrale, poiché il resto dell’organismo, il suo corpo possente e onnivoro, come sappiamo è già altrove. È già qui.
Ma le nebbie di Avalon che i nostri antichi progenitori celtici, orsono mille anni, non seppero dissipare, oggi, replicate artificialmente, ahimè con la consueta perizia, nei laboratori degli Antagonisti, ci oppongono uno schermo dal quale ben poco trapela. Indoviniamo appena, fra la coltre malsana della bruma nemica, le geometriche «cittadelle-palestre» dove redivivi maestri zen forgiano i muscoli e lo spirito di milioni di piccoli Inviati, e le scuole di cucito, di cucina, di lotta, di ginnastica, di decorazione, disseminate alle loro periferie come atolli nell’oceano.
Quanto ai Centri Strategici, di cui il futurologo Cyrus Trollope, pace all’anima sua, per primo ipotizzò l’esistenza, nell’autunno del 2010 (e ci pare ieri...), in quel memorabile articolo uscito sul New Scientist con il titolo What else?, restano purtroppo a noi del tutto sconosciuti. Potremo, un giorno, averne contezza? E, soprattutto, potremo piegarli al nostro volere e farne strumenti di attuazione del Piano di Rilancio Occidentale?
Allo stato dell’arte, purtroppo, tali domande sono fuori della nostra portata. E richiamano alla mente l’ingenua e triste immagine di quell’uomo medievale nell’atto di sporgersi oltre la volta stellata a lui nota per vedere... Per vedere che cosa? Ciò che ancora non poteva sapere, ciò che ancora non poteva vedere: l’Universo moderno.
Come lui, quindi, come l’omarino nostro fratello, rassegniamoci ad attendere tempi migliori, tempi all’altezza della nostra missione. Rinviamo a data da destinarsi la trasferta, che pur sarebbe rapida e comoda, a bordo nei vettori «Katiusha 365», in terra azera. E dedichiamoci al consuntivo di questo decennio, epoca di passaggio e di riflessione dinamica, di creatività rappresa e di soverchie illusioni.
Il pentapartito, dicevamo. Che cosa è stato, in fondo, se non il tentativo di traghettare il Paese, chiamando a raccolta tutte le forze dell’«arco interinale», dall’agonia del bipolarismo a una nuova, fervida stagione di larghi malintesi? Che cosa è stato se non l’ultimo atto, diremmo quasi il testamento, del cosiddetto assetto democratico? Cioè, in altri termini, la «polverizzazione» non soltanto delle ideologie, ché quello è compito assolto per intero dai tre decenni precedenti, ma financo delle idee pure e semplici. Pentapartito, per di più, «alla francese». Un po’ blasé, portato con molta nonchalance, e tanta puzza sotto il naso. La coalizione Pdg-Pdf-Pddp-Pdc-Pds, i partiti di Grillo, Fini, Di Pietro, Casini e Signorini, una volta concesso alla Lega l’usufrutto del Nord dal Po in su e ricevuto il via libera del presidente della Repubblica (anch’essa franciosizzata) Roberto Saviano, si è messo al lavoro di buzzo buono, e in meno di due legislature si può dire abbia quasi portato a termine il proprio compito. Quasi, perché mancano alcuni dettagli. La controriforma della giustizia, a esempio, e la separazione delle carriere fra votanti e partecipanti ai reality show. Vogliamo mandarli a casa sul più bello?
E le lettere, le arti? Il Gruppo ’03, raccolto intorno ai leader Fabio Volo e Silvia Avallone, ha alimentato la corrente detta «neo-fogliettonista» che, con opere come Uffa, che bello!, Plastica, Roba da chiodi e Almeno guardami, per citare soltanto le più significative, s’è imposta oltre i confini del Distretto 1, monopolizzando a lungo le classifiche di vendita anche nel Distretto 2, quello iberico, e nel Distretto 3, il germanico. Il mainstream neo-fogliettonista, naturalmente, ha innervato di sé il cinema (Io mi siedo qui di Fausto Brizzi - con il memorabile cammeo dell’esordiente Gennaro Gattuso nel ruolo di commissario tecnico della nazionale di calcio; Ci vorrebbe un titolo di Gabriele Muccino - dove spicca il personaggio di Olga, la cameriera moldava impersonata da Vittoria Puccini), la musica (basti ricordare i tre festival di Sanremo consecutivi vinti da Giuseppa Caccavale con Per diviso me, Bestiolina e Mezza porzione) e la tv. Ecco, la tv. Citavamo all’inizio Malombra 0.2 e Il barante rampone, che hanno rinverdito i fasti di un genere amatissimo dal pubblico, lo sceneggiato, ispirandosi alle produzioni degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Ma come dimenticare la Domenica out condotta da Luca Telese e il gioco a premi Sotto il tavolo affidato alle cure di Antonella Clerici? Fra i-Caz e televisori 100 pollici allo stronzio, questi programmi non sono mai scesi sotto lo share del 25 per cento, con punte del 40 nelle serate senza calcio.
A proposito di calcio, è il caso di dire che il «fair play finanziario» voluto dall’Uefa ci ha giocato un brutto scherzo. L’obbligo del pareggio di bilancio, ottemperato a tempi di record dal Chievo Verona già dopo la sua prima partecipazione alla Champions League, nella stagione 2012-2013 (dopo gli sfortunati preliminari del 2006), ha indotto la società veneta, comprensibilmente attratta dai maggiori ricavi assicurati dalla «serie A» olandese, a lasciare l’Italia per trasferirsi armi e bagagli nel Brabante, a Bergen op Zoom. Dove, altrettanto comprensibilmente, sono via via emigrati i nostri migliori atleti, come i milanisti Alexander Merkel e Nnamdi Oduamadi, l’interista Coutinho, lo juventino Felice Impastato.
Riepilogando: un governo che non governa; una letteratura, un cinema e una televisione ombelicali; un calcio periferico. E ci fermiamo qui, perché a noi, nonostante tutto, gli anni Dieci sono piaciuti, per la semplice ragione che eravamo più giovani di adesso. Però, se a Baku andassimo per davvero, prendendo al volo il primo vettore «Katiusha 365» che ci passa sotto il naso? Magari facendoci accompagnare, per sicurezza, da qualche Inviato del Celeste Impero. Tanto ormai, qui comandano loro.