«Se Zagabria vuole entrare nell’Ue consenta il libero acquisto dei beni»

Carlo Giovanardi, modenese, classe 1950, è ministro per i Rapporti con il Parlamento, con il cuore da sempre legato all’Istria, a Fiume e alla Dalmazia.
Le lacerazioni dell’esodo di 350mila italiani sembrano ferite destinate a rimanere sempre aperte. Cosa possiamo fare per rimarginarle e guardare avanti?
«Dobbiamo chiuderle. Dopo gli anni della disperazione, quando 350mila esuli sono venuti in Italia, è calata la cortina di ferro con il comunismo prima staliniano, poi titino. Non so se ha sofferto di più chi è venuto via o i pochi che sono rimasti con il loro mondo completamente sradicato, dalla lingua alla cultura, al modo di vivere. Si è trattato di un dramma per tutti. Invece inaspettatamente, negli ultimi anni, quel mondo ha cominciato a rivivere, sicuramente a Rovigno, a Parenzo, in qualche modo a Pola, nella toponomastica, nel tricolore esposto sul municipio assieme alla bandiera croata e nella lingua italiana che a Cherso, a Lussinpiccolo viene comunemente parlata».
La nostra minoranza oltreconfine è stata accusata di connivenze con il regime di Tito. Si riuscirà mai a realizzare una vera riconciliazione fra esuli e rimasti?
«Sicuramente sì, salvo qualche ultrà, che purtroppo c’è sempre. Prendiamo come esempio Zara, dove recentemente ho inaugurato la Casa degli italiani. Questa città dalmata è dei cittadini croati, degli italiani, che sono rimasti in pochi, purtroppo, e di tutti gli esuli zaratini in giro per il mondo, i quali hanno le loro radici a Zara. Questo dev’essere lo spirito. Quindi è assolutamente possibile un abbraccio fra esuli e rimasti, perché ormai è una falsità storica che i rimasti fossero solo comunisti e gli esuli fascisti».
Con la Croazia sarà possibile raggiungere un accordo sulla restituzione dei beni abbandonati in vista del suo ingresso nell’Unione europea?
«Due sono i punti fermi fuori discussione: il primo è che se la Croazia vuole entrare in Europa deve consentire agli italiani di acquistare una casa a Zara o in Istria se lo desiderano, come loro possono fare nel nostro Paese. Non è possibile che un membro dell’Ue impedisca la libera vendita dei beni. La seconda è che i diritti soggettivi di chi si è visto espropriare terreni o case dal regime comunista dev’essere rispettato sia che si tratti di un italiano che di un croato, che ora può riavere le sue proprietà. Quindi i beni vanno restituiti, anche se sottolineo il principio del diritto soggettivo che riguarda comunque 2-3mila casi. Non stiamo parlando di denunciare i trattati di pace che abbiamo sottoscritto, perché mi sembra fuori dalla realtà: è finita da tempo la seconda guerra mondiale».
Non tutti vogliono la restituzione. Si è riaperto recentemente a Roma il tavolo di confronto fra esuli e Governo sul nodo degli indennizzi. Le associazioni dell’esodo hanno quantificato una cifra di ottomila miliardi delle vecchie lire. Qual è l'impegno reale e concreto che il governo potrebbe onorare?
«La cifra indicata dagli esuli è completamente al di fuori della realtà. Il governo in questa Finanziaria ha previsto una certa somma, ma ci sono delle divergenze. Gli uffici competenti sostengono che con l’ultimo acconto si sarebbe arrivati al risarcimento di quasi il 90% dei beni. Le associazioni degli esuli invece sostengono che bisogna tener conto della rivalutazione immobiliare e del ritardo dei pagamenti».
Non ha in mente una cifra per chiudere la vicenda?
«Qualche anno fa avevo ottenuto in Consiglio dei ministri 900 miliardi di lire a saldo. È vero che poi furono destinati in parte altrove, ma questa offerta non ha avuto molto fortuna nel mondo degli esuli perché si riteneva che i soldi fossero pochi».
C’è polemica anche sul finanziamento da parte dello Stato italiano delle attività della minoranza oltreconfine. Si chiede un maggiore controllo di queste risorse.
«Come è giusto che le associazioni degli esuli siano autonome nelle proprie attività è altrettanto giusto che l’Unione degli italiani (che rappresenta i connazionali in Slovenia e Croazia nda), la quale non mi risulta handicappata, decida cosa fare con i suoi fondi. Lo Stato italiano comunque controlla la regolarità contabile e la trasparenza. Devo dire che a Fiume e a Pola con le scuole e a Rovigno con il Centro di studi storici i soldi sono stati spesi per far sopravvivere l’italianità. Un conto è essere italiano a Roma o a Trieste, un conto è quando sei circondato da un mondo che parla un’altra lingua e ha una cultura diversa. Quest’anno il 52° raduno mondiale degli esuli a Chioggia aveva per titolo: “L’italianità dell’Istria di Fiume e della Dalmazia nel terzo millennio”».