Seamus Heaney: "I miei versi dietro il parabrezza"

L’irlandese, premio Nobel 1995, ospite d’onore alla festa per i 20 anni di "Poesia". Dice. "Guardare mi induce a immaginare, a dimenticare me stesso, e con le dita sul volante batto la scansione metrica delle mie opere"

C’è sempre qualcosa di festoso nell’incontrare Seamus Heaney. Chi come me lo conosce da decenni sa che il Nobel non l’ha cambiato. Ho appuntamento con lui in un albergo di Milano non lontano dall’Università Statale, dove è venuto con generosità accettando l’invito di un editore a sua volta generoso come Nicola Crocetti, che festeggia i vent’anni della rivista Poesia. È rimasto quell’irlandese dalle guance rosse e piene e dai capelli bianchissimi, dall’aria dolcemente soprapensiero, capace di comunicarti immediatamente calore e fiducia nelle cose essenziali: l’amicizia, gli affetti familiari, la drammatica bellezza del vivere, le radici nel proprio passato, la speranza del futuro. La prima volta che lo vidi, glielo ricordo, fu in Svezia, nel 1988. Rimasi molto colpito dal suo modo di leggere poesie in pubblico, per la sottolineatura della passione civile, in forme dove si sposavano eticità nordica e compostezza classica. Avevo davanti un uomo coltissimo, professore ad Harvard e a Oxford, uno di quelli che «hanno letto tutti i libri». Ma la sua irlandesità traboccava come la birra da un boccale. La sera in un pub sua moglie, Marie, cantò per i poeti una canzone in gaelico, con tutte le sonorità incantatorie e magiche che quella lingua possiede. Pochi mesi prima che vincesse il Nobel, nel 1995, quando non era ancora troppo noto in Italia, lo premiammo a Pescara con il «Flaiano». Cenammo allo stesso tavolo e mi ricordo che quando dovette alzarsi per andare a salutare l’ambasciatore d’Irlanda Heaney mi fece notare sorridendo che la camicia tutta stropicciata gli era andata a finire fuori dei pantaloni e che avrebbe dovuto rassettarsi in fretta. Ringraziò per il premio, dieci milioni di lire, dicendo che era giusto il denaro che gli serviva per un nuovo scaffale della sua libreria. Non immaginava ancora che tre mesi dopo, a Stoccolma, avrebbe dovuto mettersi in tight, e avrebbe ricevuto un assegno con cui rifarsi la biblioteca in modo ben più largo.
Gli chiedo qual è l’importanza della memoria nella sua opera, cosa ha voluto dire per lui nascere in un contesto rurale, in una fattoria a trenta miglia da Belfast nell’Irlanda del Nord. Una fattoria chiamata Mossbawn, un nome fiabesco che contiene in sé tutte insieme le parole muschio, bianco, cortile e castello.
Per Heaney la memoria è riportare in vita qualcosa che è stato dimenticato, riscoprire un tesoro nascosto. Mi racconta di quando andava a pesca di salmoni nel fiume Moyola con suo padre, e lui giocava con la canna facendola danzare sull’acqua. Allora la campagna irlandese era arcaica, quasi ancora come ai tempi delle Georgiche di Virgilio. Gli chiedo se la sua famiglia parlava il gaelico: «No, gli Unionisti, i protestanti filo britannici impedivano nell’Ulster di parlare e insegnare l’irlandese. L’irlandese l’ho imparato come il francese e il latino, in una scuola cattolica, il Saint Columb’s College». E lo spingo a chiarirmi il suo rapporto con quello straordinario patrimonio di miti e leggende celtiche di cui si sono occupati tanti, da Douglas Hyde a Yeats sino alla sua stessa moglie, Marie Devlin: «Più che ai personaggi e ai fatti delle leggende, mi sento legato al paesaggio irlandese, come sfondo di tutto quel mondo mitico magico. È il senso della natura che mi interessa».
I classici sono fondamentali nella sua opera. Usa a piene mani Virgilio, usa un’ode di Orazio sul terremoto in una poesia dedicata all’11 Settembre. In realtà, i classici vengono visti come una strumento di riflessione sul presente e di contemplazione. Si accalora in un dolcissimo elogio della contemplazione. «È meglio contemplare che dibattere», per un poeta almeno, e per gli esiti della sua poesia. Al traduttore del Beowulf, l’antico poema anglosassone da cui recentemente è stato tratto un film di successo (che giudica «terribile») chiedo cosa lo attrae nella lingua dei sassoni. «È il suono e la tessitura della frase che mi affascinano, il mio orecchio risponde alle qualità intrinseche di una lingua arcaica, concreta come quella».
Lo sollecito a parlare della poesia americana, e mi conferma che i due poeti da lui più amati sono Frost e Lowell. Non Whitman, non i poeti della beat generation: «Ginsberg ha avuto un significato per l’America dei suoi tempi, ha fatto entrare la poesia nell’arena pubblica, ma alla fine l’ha ridotta a protesta politica, l’ha condotta verso un tono retorico, esplicito che non tocca il mio temperamento». Questo temperamento spiega perché non ha mai scritto sul grande sciopero della fame dell’Ottantuno, quello in cui morirono Bobby Sands e dieci altri giovani militanti dell’Ira. Heaney ne parla con una passione trattenuta, turbata, facendo sparire ogni accenno di sorriso dal suo volto: «Fu una sacra rappresentazione, un sacrificio. Va rispettato per quello. Ma i discorsi intorno ad esso furono anche propaganda per l’Ira. E io posso capire le basi e la causa della violenza dell’Ira, ma non posso sostenerne i metodi. Rifiuto ogni condotta violenta. Naturalmente non condividevo l’atteggiamento della Thatcher, che negava ai ribelli lo stato di prigionieri politici trattandoli da criminali comuni».
Quando gli chiedo come è cambiata l’Irlanda, diventata la Tigre Celtica di cui oggi parlano i giornali, riprende a sorridere: «La Chiesa ha perso gran parte della sua autorità, il consumismo trionfa, ma gli irlandesi hanno raggiunto il tenore di vita del resto d’Europa per la prima volta nella storia». Tutto questo non sembra significare molto per il poeta. Il suo mondo spesso appare un mondo fuori della storia, atemporale, in cui, come si legge nel suo libro fondamentale intitolato Seeing thing (Veder cose), conta avere occhi per i dettagli della vita ordinaria, saper rinnovare ciò che è quotidiano e comune, e nello stesso tempo sapersi proiettare nelle «visioni», nella metafisica. Non a caso il libro si apre con una traduzione dal canto VI dell’Eneide e si chiude con una dal Canto III dell’Inferno di Dante, due canti che ci parlano del passaggio dalla vita al mondo dell’Aldilà, abitato da ombre.
Gli chiedo infine cosa pensa dell’Europa, e qual è la sua idea dell’Italia: «L’Europa ha radici greche e giudaico-cristiane, e ha elaborato una cultura in cui la poesia, come sosteneva Milosz, il grande autore polacco, anche lui vincitore del Nobel, è saggezza e bellezza. Oggi si tende, soprattutto da parte della critica accademica americana, politicamente corretta, a usare in senso dispregiativo il termine “eurocentrico”. Ora io credo che sia esagerato tutto questo doversi scusare dell’Europa per essere stata quello che è stata, una continua creazione di civiltà. Bisogna saper riconoscere gli errori dell’Europa, ma anche rivendicarne la grandezza. Questo non impedirà a nessuno di amare una statua buddhista, una poesia islamica, qualunque altra espressione dello spirito non occidentale».
Quando comincia a parlare dell’Italia, il suo volto si illumina di una allegria quasi infantile. Se Dante e Virgilio lo portano alle soglie del mondo dei morti, l’Italia è per lui un trionfo della vita allo stato puro, come spesso è per i poeti che vengono dal Nord. Ama Milano, Bologna, la Sicilia, i paesaggi toscani (poi aggiunge ridendo, come ricordandosi all’improvviso di dove è ora: «Anche quelli lombardi, naturalmente»), si sente più vivo lui stesso. Stare in Italia è come quando guida l’automobile. Guidare, mi ha confessato prima, lo induce a immaginare, a dimenticare se stesso, a creare un transfert e ad essere ricettivo verso i sogni a occhi aperti. Guidando, spesso batte con le dita sul volante la scansione metrica che sarà dei suoi versi. E mi fa vedere con le mani agitate picchiettando ritmicamente nell’aria. È quasi ora di salutarci. Un fotografo sta aspettando per scattargli delle foto. Un ultimo pensiero Heaney lo dedica alla ragione per la quale è in Italia questa volta. La rivista Poesia, nata e arrivata a vent’anni senza sponsor e capace di aprire uno spazio pubblico per la più segreta tra le arti, uno spazio che funziona per gli addetti ai lavori della poesia e per i non specialisti, quelli che contano alla fine, i semplici appassionati. È una bandiera, questa rivista. Così dice il Premio Nobel Seamus Heaney. E si alza, si mette docile a disposizione del fotografo. Da parte mia, mi congedo leggendogli in italiano questi suoi versi: «Viaggiando all’alba verso sud, veloci,/ in un paesaggio d’altopiano e muri/ di pietra, con le rocce ancora fredde,// qua e là resti di pioggia luccicanti,/ dietro una curva mi trovai di fronte/ in mezzo alla strada, immobile, la volpe». Sinchè ci saranno uomini capaci di vedere paesaggi dietro un parabrezza e di aprirsi a misteriose epifanie e visioni, esisterà la poesia. E avremo tutti qualche ragione per non disperare in un mondo che rimanga ancora umano e vivo.