Sebben che siano donne

Una raccolta di saggi sul mondo «al femminile» di Umanesimo e Controriforma

«Signore, chi mi avesse detto questa mattina che hoggi io avessi a venir prigione, se fosse stato un homo gli haverei pelato la barba, et se fosse stato donna gli haverei guasto il viso». Un caratterino con gli artigli. A pronunciare questa risposta è Camilla Senese, detta la Magra, che nel latino burocratico del tempo (siamo a metà del 1500, nella Roma di Paolo IV, l’austero e feroce Carafa) è iscritta nel registro degli indagati con il titolo di curialis, «cortigiana».
In quella mattina di maggio, la nostra animosa Camilla è alle strette. I birri della polizia papalina l’hanno tradotta a Tor di Nona, tribunale e galera, con l’accusa di aver istigato al danneggiamento. La porta di casa di Pasqua (una cortigiana rivale) era stata bruciata e deturpata con materie innominabili. Non era sfregio da poco. A quel tempo, l’entrata sulla pubblica via fungeva da biglietto da visita: carbonizzare quella di antipatici e di nemici personali era un metodo efficace per regolare i conti (infangava la reputazione), ma un grave disturbo alla sicurezza pubblica, nel formicaio dei vicoli romani esposti al rischio d’incendio. Non sappiamo se l’accusa fosse fondata. Dal tenore della replica di Camilla alla prima domanda di rito del funzionario («Sapete qual è il motivo per cui siete qui?») si presume che l’inconscio abbia giocato un tiro alla disinvolta professionista del sesso: la porta era considerata il viso di una casa.
Elisabeth S. Cohen ha esaminato i documenti dell’interrogatorio a Camilla, Investigationes, conservate nell’Archivio di Stato di Roma, Tribunale criminale del Governatore, traendone un affascinante studio sulla condizione femminile (di una prostituta, in questo caso) nella Roma rinascimentale. Un saggio saporitissimo di vicenda personale, di microstoria (Camilla fu costretta a rivelare, ora per ora, azioni e spostamenti nei giorni a cavallo del crimine, regalandoci un luminoso diario) che Ottavia Niccoli ha raccolto, insieme ad altre sei storie di donne, nel suo Rinascimento al femminile. Donne che non si ergono, come le regine o le aristocratiche, al di sopra degli ingranaggi della storia, ma ne sono denti e snodi, quasi sempre stritolate dalla violenza maschile del congegno, a volte, però, capaci di ritagliarsi con tenacia eroica lo spazio vitale.
A caro prezzo, s’intende. Come Isotta Nogarola, veronese, che «superò il suo sesso», «generò nel suo corpo di donna un animo da uomo», stando alle valutazioni (di parte) dei dotti che costruirono con lei un vasto epistolario, perché scelse di consacrarsi agli adorati classici latini, pretendendo un ruolo, mai accordatole, di umanista-donna. Rinunciò alle scelte obbligate di quelle, come lei, di famiglia agiata: il matrimonio combinato o il velo. Si segregò in una cella, zeppa di libri, e votandosi a una castità laica e devota (l’unico modo per garantirsi credibilità) interpretò la renovatio culturale con un’intensità sconosciuta a tanti suoi colleghi eruditi con i pantaloni, alla conquista della libertà interiore e del vasto primato della mente, poderosi picconi spirituali, i soli capaci di sgretolare ogni preteso steccato o carcere, di sesso, di condizione sociale, di ipocrisie convenzionali. Una donna di modernità strepitosa, che oggi starebbe alla guida di una multinazionale, se non di uno Stato.
Ad un altro estremo, Gostanza da Libbiano, strega e guaritrice, mammana ed erborista, che nel lucchese, alla fine del ’500, ebbe la fortuna di imbattersi in un Inquisitore illuminato, con cautele controriformistiche. Qualche decennio prima, sarebbe finita sul rogo. Ma il suo racconto di aver partecipato a un sabba con demoni azzimati, un Maligno galante (lei che era stata stuprata bambina dal rozzo marito), montagne di dolciumi, palazzi e spettacoli da paese di Cuccagna, apparve a Dionigi da Costacciaro, Inquisitore mediceo, quello che era: il racconto di un sogno liberatorio, estorto con i tratti di corda. E anche questo è Rinascimento.