«Seborga è del Vaticano»

Sergio Bagnoli

da Seborga

Stanco di leggere imprecisioni in ordine alla reale sovranità sul territorio di Seborga, recentemente il conte genovese Umberto Savioli di Monticino ha preso carta e penna ed ha scritto una lettera aperta per ribadire quella che per lui è la verità dopo tanto parlare e dopo tante polemiche nate sul nulla. «Seborga appartiene alla Santa Sede, sottolinea il nobiluomo, in quanto il 15 marzo del 954 il conte Guidone di Ventimiglia aveva trasferito la titolarità del feudo in cui si trovava il borgo alle spalle di Bordighera ad Alberto, abate del monastero benedettino di Lerino, sito nell'omonima isola che chiude la baia di Cannes. Guidone fece ciò per via testamentaria. Da quel momento e sino ad oggi il principato di Seborga, che aveva diritto di battere moneta, appartiene a tutti gli effetti alla Santa Sede, che lo governò per secoli per mezzo di un inviato dell'abate di Lerino. Testimonianza ne è il fatto che sino al 1946 la parrocchia di Seborga godeva del privilegio del “Nullius Diocesis”, cioè non era incardinata nella Diocesi di Ventimiglia, territorialmente competente, ma dipendeva direttamente dal Vaticano. Solo nel secondo dopoguerra, il vescovo intemelio Mons. Rousset riuscì ad ottenere dal Santo Padre la piena giurisdizione e cura di anime su Seborga. La principessa Anjeu- Plantageneto, che recentemente sulle colonne di qualche giornale si è autoproclamata principessa di Seborga in quanto sosteneva di aver ottenuto in linea diretta la piena giurisdizione sul paese, è in realtà un'apostata. Ella infatti ha comprato il titolo da uno dei tanti cadetti diseredati del grande casato degli Hohenstaufen che campano adottando figli, ma in realtà è una comunissima borghese che di cognome fa Ruoppo. Effettivamente ci sono dietro oscure manovre costruite attorno a questa simonia di titoli nobiliari, praticata mediante facili adozioni. Probabilmente una setta neo-catara, di estrazione massonica ed inclinazione anticlericale, ha cercato di costruirsi una falsa legittimazione in ordine alla sovranità sul territorio del vecchio principato ligure. È la stessa setta anticlericale che ha confezionato la blasfema operazione del Codice da Vinci con l'unico scopo di diffamare la Cristianità». Fin qui il conte genovese, ma ad un accorto esame storico delle sue affermazioni, ci si rende conto di quanto esse siano fondate. Quando nel 1861 nacque il nuovo Stato italiano, Seborga non risultava inclusa nei domini di alcuno stato preunitario, tantomeno tra i domini di Casa Savoia.
La precedente gloriosa Repubblica di Genova, cancellata dal Congresso di Vienna, invece aveva sempre riconosciuto piena sovranità al piccolo Principato. Nel 1929 poi, il duce Benito Mussolini, subito dopo aver siglato con il Segretario di Stato vaticano Card. Gasparri i Patti Lateranensi, aveva dichiarato che Seborga non faceva sicuramente parte dell'Italia. Trent'anni fa un intraprendente e simpatico floricoltore del luogo, Giorgio Carbone riscoprì la gloriosa storia del borgo natio, sentenziò che esso non faceva parte della Repubblica italiana e si autoproclamò Principe di Seborga con il nome di Giorgio I. Da allora il misero borgo dell'entroterra ponentino rinacque a nuova vita. Sempre più turisti lo affollarono: provenivano da ogni contrada d'Italia e dall'estero, specialmente dal Nord- Europa. La bizzarra idea di Giorgio Carbone si rivelò il classico uovo della gallina d'oro: grazie all'intraprendenza dei seborghini vennero aperti in paese numerosi ristoranti, alberghi, negozi. Si riprese a battere moneta, ovviamente senza corso legale, ed ai turisti venne rilasciato un simpatico passaporto, da conservare tra i ricordi di famiglia. Questo l'aspetto folcloristico della vicenda; la Storia ci dice invece che il dominio del Regno d'Italia prima, e della Repubblica dopo su Seborga mai fu contestato e che dunque per il principio di diritto internazionale del consolidato ed incontestato possesso, oggi Seborga è a pieno titolo un comune appartenente all'Italia con un suo Sindaco ed un suo Consiglio Comunale.
Il principe Giorgio Carbone però è bene che rimanga al suo posto in quanto in questi trent'anni nessuno come lui è riuscito creare dal nulla una così famosa attrazione turistica.