«Un secolo per espellere 40mila irregolari»

L’anticamera dell’espulsione è una stanza con le pareti bianche, vuota, solo una fila di sedie fisse al pavimento. Odore di alcol dall’infermeria accanto. Stai per uscire, lo capisci dalle porte di legno, prima invece di ferro e con le grate. Poi eccoti indietro le tue cose, «gli effetti personali» che avevi al momento dell’ingresso, a meno che non ti hanno preso in flagranza di reato e quindi dentro ci sei arrivato direttamente dalla questura, anzi dalla strada. Tanti come te, prima di «scontare» una quarantina di giorni nei 6mila metri quadrati sorvegliati a vista da forze dell’ordine e telecamere a circuito chiuso, ma con le lenzuola sempre pulite. In attesa di un imbarco immediato per tornare a casa propria, si incrociano le vite senza identità degli irregolari e quelle senza pace di chi chiede accoglienza a Milano per motivi umanitari. Via Corelli non è l’indirizzo di un carcere, nemmeno di un Cpt. Ormai si chiama Cie - centri di identificazione e di espulsione -, all’interno ci lavorano ogni giorno in 60 tra operatori e volontari della Croce Rossa, più 20 tra militari e agenti di polizia. Loro, gli «ospiti» come arriva a chiamarli qualcuno, all’alba del 26 settembre 2008 erano 92: 79 i clandestini, 13 i richiedenti asilo. Ben al di sotto della capienza massima fissata in 114 posti. Per lo più trentenni, 27 uomini, altrettante donne e 26 transessuali. Sezioni rigorosamente divise, non ci si incontra mai nei corridoi durante la permanenza nella struttura. Unica eccezione, quando si ha la sorte di passare le festività in questo limbo inaugurato dalla legge Turco-Napolitano e istituzionalizzato dalla Bossi-Fini. Ma nessuno discute di politica nelle camerate, anche se ieri c’è stato il fuoriprogramma con la visita della commissione sicurezza di Palazzo Marino, capeggiata dall’onorevole leghista Matteo Salvini.
Intanto, meglio darsi al ping pong o al calcio balilla. Però le giornate non passano mai lo stesso, e finisci a fissare lo schermo al plasma della sala tv come i tre giovani in tuta e dallo sguardo poco presente. Mercoledì, per dire, è in programma la festa di fine Ramadan. Lo confermano i festoni appesi alle mura del «braccio» principale. «Un modo come un altro per non far perdere loro il contatto con la realtà esterna», dice una crocerossina. Al resto ci pensano i cellulari. Gli inquilini possono tenere i telefoni e usarli, come fa un gigante dalle sembianze femminili che parla e si agita in cortile. D’altronde «non siamo a San Vittore», è vero, da quelle parti si sta decisamente peggio. I commissari prendono atto. Almeno in via Corelli le mura non cadono a pezzi; avvocati, autorità consolari e parenti si possono incontrare senza troppe restrizioni; c’è la biblioteca, la ludoteca, i laboratori creativi; un medico che parla l’arabo o l’inglese a disposizione pure di notte; i pasti per qualità e quantità non sono molto diversi dalle mense scolastiche o aziendali. Una prigione dorata che costa allo Stato oltre 10 milioni all’anno: significa una media di 230 euro a notte per «ospite», di cui 60 per le competenze Cri. La maggior parte se ne va in gestione della sicurezza, manutenzione, riparazione dei danni da «rivolte». L’ultima a luglio, con i centri sociali a dare manforte dall’esterno. Finora nel 2008 sono passati da qui 1.100 extracomunitari, eppure solo 540 sono state le espulsioni effettive, 126 quelle imposte. L’altra metà dei casi si perde tra burocrazia e scadenza dei termini per l’identificazione. Battuta finale di Salvini: «Altro che lager, in Europa ho dormito in ostelli peggiori...».