"Il Secolo? Ogni copia ci costa 7 euro"

Lo storico quotidiano della destra sempre più in crisi. Roberto Petri: "Neanche i quasi
3 milioni di fondi pubblici bastano più. La Perina parla di bavagli
politici, ma se vende meno di duemila copie la colpa è sua. E da quando
Fini ha lasciato il Pdl i lettori sono in picchiata..."

«Domani (oggi, ndr) c’è la riunione del comitato dei garanti e dopodomani c’è una nuova assemblea per la ricapitalizzazione del Secolo d’Italia. Sono ore cruciali, giorni decisivi. Se qualcuno usasse di più la testa e mettesse da parte la demagogia evitando di strumentalizzare una questione serissima com’è quella della drammatica realtà economica di questo quotidiano, forse potremo pensare davvero a salvarlo, il Secolo». Roberto Petri, membro del comitato dei garanti di An, sembra annunciare la dipartita dello storico giornale di partito della destra italiana diventato giornale agonizzante del solo partito di Fini. Si tappa la bocca proprio al limite, ma dà l’ultimatum ai vari Perina e Raisi: «O si recide il cordone con An o qui si finisce davvero male. Occorre trovare al più presto un’entrata diversa dei flussi di finanziamento».
Situazione drammatica, par di capire. Domani o dopodomani annuncerete la chiusura dei rubinetti al Secolo?
«Diremo che, economicamente, non si può più andare avanti così. E non c’entra niente il tentativo di “imbavagliamento” delle idee del Fli o le “vendette” del comitato dei garanti a maggioranza Pdl evocate dal direttore Flavia Perina. Il problema è molto più serio, e la Perina lo sa bene anche se continua a dire che il Secolo deve vivere perché è sempre stato finanziato prima dal Msi e poi da An. I tempi e il contesto generale sono radicalmente cambiati, quell’affermazione non fa i conti con lo scenario di oggi. L’associazione Alleanza nazionale che andrà a costituirsi in una fondazione non è più un partito politico, con tutto quel che ne consegue a livello di soldi».
La vostra ultima proposta?
«L’ho detto all’inizio. Il Secolo deve mettersi in testa che prima recide il cordone con An e più possibilità ha di salvarsi. È assolutamente necessario che l’attuale amministrazione di gestione del Secolo e del giornale sia consapevole della reale situazione e si attivi, prima che sia troppo tardi, per individuare canali di finanziamento, nuovi e diversi, che permettano al giornale di andare avanti. Pensiamo alla ricerca della pubblicità. All’impegno per aumentare le copie che sono ulteriormente diminuite dopo la scelta di appoggiare una linea politica evidentemente poco apprezzata dai lettori. Alleanza nazionale deve alleggerire la sua quota di proprietà del Secolo ponendola sul mercato a chi eventualmente fosse intenzionato ad acquistarla».
Lei ha detto che le copie sono in picchiata…
«Siamo intorno alle mille e ottocento copie».
Scusi Petri, ma quanto costa all’anno il Secolo?
«Quattro milioni di euro. Così suddivisi: due milioni e ottocentomila vengono dal finanziamento pubblico. Duecentomila euro, circa, dalle vendite. Un altro milione circa, secondo quanto dichiarato da Raisi, serve per tirare avanti. Sono spese folli».
Quattro milioni di euro di costi, 1.800 copie al giorno per un anno (escluso il lunedì che non esce) fanno quasi 7 euro a copia.
«Più o meno sono i calcoli che abbiamo fatto anche noi. E sono calcoli che fanno venire i brividi. Ecco perché insisto nel dire che c’è l’assoluta necessità di prendere coscienza, da subito, di questo percorso “esterno” alternativo, non assistenzialista, l’unico percorribile per assicurare stabilità a grafici e giornalisti del Secolo. Pensate che ancora venti giorni fa, come Alleanza nazionale, abbiamo fatto al Secolo un altro prestito di 300mila euro che è servito a pagare gli stipendi. Nei prossimi giorni saremo costretti a fare un’ulteriore ricapitalizzazione per consentire al Secolo di non portare i libri in tribunale. Non so come dirlo: è inutile piangere, gridare al complotto o alle vendette. Qui bisogna cambiare pagina. Persino i locali del Secolo potrebbero rendere di più…».
Sta parlando della redazione in via della Scrofa?
«Ma certo. La sede del quotidiano, al piano terra di via della Scrofa, è di proprietà di Alleanza nazionale. Anche questa incide ovviamente sui costi perché potrebbe rendere molto di più se fosse messa a reddito e i giornalisti spostati in altri locali. Le stanze del Secolo sono ampie, in una zona centralissima di Roma, immaginate a quanto potrebbero essere affittate…».
Teme che la battaglia politica fra voi ex An finisca per affossare il Secolo?
«Da parte nostra c’è la voglia di trovare una soluzione. Sul punto c’è da segnalare un aspetto abbastanza sorprendente: nella lettera scritta da Raisi al presidente del comitato, senatore Mugnai, si segnala la necessità di ricapitalizzare ulteriormente la società evidenziando, tra l’altro, come il giornale ha avuto un calo di redditività proprio in virtù della particolare situazione politica che ha portato a un calo sensibile delle vendite, a dimostrazione che la linea seguita in questi ultimi tempi dal Secolo non ha giovato al quotidiano».
Morale: o si fa come dite voi oppure il Secolo chiude?
«Non c’è soluzione alternativa: vanno trovati flussi economici diversi mettendo anche sul mercato le quote del Secolo, trovando la pubblicità, puntando a far meglio il giornale e vendere più copie. Il comitato dei garanti, per ulteriori prestiti, oltre al piano industriale sin qui delineato ha posto altre due condizioni: la prima riguarda la linea editoriale. E cioè la nomina di un condirettore che dia più equilibrio a un giornale che spara ossessivamente addosso a chi lo finanzia, e che faccia chiarezza anche sulle spese, o sui consulenti, come quel Filippo Rossi, il quale ovviamente è molto probabile che dedichi molto più del suo tempo al web di Farefuturo che al Secolo d’Italia. La seconda concerne invece il rientro dei soldi: allo stato non c’è più disponibilità a dare prestiti senza garanzie di restituzione».