La seconda vita di Abdul Jeelani: «Sono rinato grazie ad Allah»

La Lazio basket in soccorso dell'ex ala degli anni '70 e '80 che si chiamava Gary Cole prima della conversione all'Islam. Da homeless nel Wisconsin ad insegnante nella società capitolina: «A Roma mi sento a casa»

Da dio dei canestri a senzatetto, da campione a barbone solo e dimenticato da tutti. Non è il primo caso per lo sport quello di Abdul Qadir Jeelani. Dopo le tristi vicende umane del pugile Griffith o di idoli del calcio come Garrincha e Ghiggia, la parabola di quello che in Italia arrivò alla fine degli anni Settanta come Gary Cole, prima della conversione all'Islam, sembrava aver imboccato un vicolo cieco.
Dopo due matrimoni falliti, rimasto senza lavoro, tre operazioni per un tumore, adesso però è guarito e per lui ricomincia una «nuova vita». E come fu un giorno di oltre 30 anni fa il primo passo lo compie in Italia e a Roma, dove da settembre insegnerà la pallacanestro a ragazzi orfani e disagiati delle periferie.
«Sì, questa è una nuova vita, qui mi sento a casa», le sue prime parole posando accanto al presidente della Fip Dino Meneghin sul Ponte degli Angeli con lo sfondo di Castel Sant'Angelo. La sua rinascita si deve alla Lazio, la società romana dove giocò tra il 1977 e il 1979 e all'intraprendenza del suo giovane presidente Simone Santi, che leggendo mesi fa un articolo di giornale sulla sua storia si è dato da fare per riportarlo in Italia. Tra mille difficoltà, visto che Jeelani non aveva più passaporto nè documenti visto il suo stato d'indigenza. Poi tutto si è chiarito e dopo mesi di attesa l'ora del suo ritorno è arrivato.
«La vita è come lo sport, hanno le stesse regole» sibila ancora affaticato per il viaggio dagli Usa, accompagnato dal figlio Azim, che lo ha aiutato in questi mesi travagliati e lo ha accolto a casa sua. Prima era finito dimenticato da tutti in una casa per senzatetto a Racine in Wisconsin e lì fu avvicinato per caso da un volontario milanese. Da allora è scattata una catena di solidarietà per riportarlo in Italia.
«Nel 2009 persi il lavoro (lavorava alla Johnson Wax, azienda di prodotti per pavimenti) poi mi ammalai - racconta Jeelani, che a febbraio compie 57 anni, dall'alto dei suoi 2,07 di altezza -, mi dovetti operare tre volte per un cancro alla prostata poi dovetti affrontare un lungo trattamento. Sono guarito, per ora è tutto ok». Nei momenti più tristi lo ha aiutato la sua fede, non a caso a Livorno lo chiamavano «la mano di Maometto». «Ho pregato spesso, Allah mi ha aiutato, ma tutto questo fa parte della vita». Adesso lo aspettano i ragazzi delle borgate, orfani, rom, extracomunitari, ospiti dei centri del progetto Lazio, che ha allestito diversi playground a Roma e provincia. Uno porta il nome di Barack Obama, ma quello che lui ha voluto andare a vedere per primo è stato quello intitolato a Giancarlo Asteo, il suo primo coach in Italia. «Sono orgoglioso di far parte di questo progetto, è un'opportunità che mi viene regalata quella di aiutare gli altri. Il basket mi ha portato nel mondo, mi ha fatto guadagnare tanto e mi ha fatto conoscere molta gente».
Al Palazzetto dello Sport sono stati in tanti a dargli il suo benvenuto: ex compagni di squadra, tifosi, amici e le ragazzine del centro di Maputo da pochi giorni a Roma (alcune famiglie hanno chiesto di adottarle). Con loro accompagnerà i giocatori della Lazio prima del loro ingresso in campo contro la Sampdoria, poi assistera alla sfida di basket tra Roma e Siena. Poi andrà a Livorno, dove ha giocato in Italia dall'81 all'85 dopo la parentesi nella Nba. «Che bello vedere tre italiani nel campionato professionistico - esulta - negli ultimi anni avete fatto grandi progressi. Il basket è lo sport che nel mondo sta crescendo di più». Mercoledì o giovedì ripartirà per gli Usa, ma il suo è un arrivederci, torneà forse prima di giugno, poi a settembre dovrebbe iniziare il suo nuovo lavoro. E la Lazio vuole aprire già un altro centro a Racine, la sua città, con il suo nome.
«Abdul tre best», l'ha accolto Meneghin che Jeelani da giocatore ha avuto più volte da avversario. «Il basket dei nostri tempi era diverso. Oggi si punta sugli stranieri e si dimentica la qualità. Allora si spendeva per pochi ma quei pochi erano bravi. Abdul l'ho sempre invidiato per l'eleganza dei movimenti, in campo danzava. Per fortuna non l'ho mai marcato...». Anche grazie a Jeelani la Fip adesso promette di «avere ancora più attenzione verso il sociale».
Insomma una battaglia nel complesso vinta da tutti. A volte quando si spengono le luci della ribalta la vita di uno sportivo può riservare amara sorprese. Ma ogni tanto, come nel caso di Jeelani, ci può essere un lieto fine.