La seconda vita del fatalista Elbaz ex soldato e sognatore della moda

Parla l’anglo-israeliano firma di Lanvin: «Lo stile va contro la bilancia: se ingrasso, disegno abiti leggerissimi»

È tondo e dolce come un babà lo stilista del momento, l’uomo capace di creare vestiti così belli e desiderabili che per indossarli in molte rinunciano ai piaceri della tavola. «Quando ingrasso disegno collezioni estremamente leggere e viceversa», racconta Alber Elbaz, 45 anni, da sei direttore artistico della linea donna di Lanvin. «Non sono l’unico ad andare in controtendenza con la bilancia - aggiunge -, credo che esista uno strano rapporto tra il peso corporeo dei designer e lo stile degli abiti». Nato a Casablanca in Marocco e cresciuto in Israele dove tuttora vive la sua famiglia, Elbaz è appena entrato nella classifica dei 100 uomini più influenti del mondo compilata da Time. È lusingato ma soprattutto stupito: «La sola cosa che amo sono i sogni: mi limito a lavorare su questa impalpabile materia e penso di essere molto fortunato perché posso trasformare un desiderio in realtà».
Era nell’esercito israeliano quando decise d’iscriversi alla scuola di stilismo. Diplomarsi allo Shenkar College di Tel Aviv non gli ha impedito di ultimare il servizio militare: tre anni durissimi perché «crescere in un posto come Israele ti rende fatalista: sai che potresti non avere un domani». Subito dopo il congedo si è trasferito a New York dove ha deciso di chiamarsi Alber con uno snobismo rispettoso della più antica tradizione ebraica. «La cabala dice che cambiando nome ti cambi il destino, ma gli americani non riescono a pronunciare Albert alla francese e visto che sommando i valori numerici attribuiti alle lettere nell’alfabeto ebraico con o senza T, il risultato restava uguale, ho deciso di provare». Qualche studioso di cabalismo potrebbe attribuire alla piccola modifica il successo ottenuto come braccio destro di Geoffrey Beene per sette anni in America, ma certo Alber Elbaz è diventato ben presto un nome noto tanto che nel 1998 venne chiamato da Yves Saint Laurent per disegnare le sue collezioni di prêt-à-porter. «Entrare in una delle maison più prestigiose del mondo è stato incredibile - ricorda -, mi sentivo come il genero che sposa la figlia e quindi fa parte della famiglia pur non avendo lo stesso sangue».
Deciso a conquistare la fiducia dell’esigente parentado rappresentato dal grande Yves e dal suo storico socio, Pierre Bergè, il nostro eroe ha rischiato la depressione. «Ero semplicemente geloso - spiega -, mi sono salvato quando ho capito che era inutile lavorare sugli archivi: uno scrittore non può leggere quello che un altro ha scritto prima di lui perché finisce per sentirsi inadeguato». Eppure quando nel 2000 venne sostituito da Tom Ford, il mondo della moda francese capitanato da Bergè disse che nessuno avrebbe potuto sostituire Saint Laurent meglio dell’ex soldatino israeliano. Lui è invece convinto che i momenti difficili siano quelli in cui ti viene spiegato chi sei per cui da allora non vuol saperne di lavorare nelle grandi società: ha addirittura rifiutato l’offerta di sostituire Valentino per rimanere da Lanvin. Dove si occupa dell’universo femminile della griffe (le collezioni uomo sono disegnate dal danese Lucas Ossendrijvic che ha sfilato con meritato successo proprio ieri) seguendo anche nuovi progetti come la linea di abiti da sposa che verrà presentata oggi nel parigino Hotel Crillon. I portavoce di Lanvin dicono che Elbaz ha superato se stesso con queste creazioni per il giorno più bello. «Adoro le donne: mi piace renderle felici perché sono più intuitive, generose e potenti di noi uomini». Per lo stesso principio l’appartenenza alla religione ebraica viene trasmessa dalla madre. Ma come si fa a discutere la legge salica con un figlio di Israele?