Le seconde vite di un camaleonte

Ultimo retaggio di tre decenni di dominio italiano sul Dodecanneso, strappato all’Impero ottomano con la guerra del 1911-12, Oreste Lionello era nato a Rodi nel 1927. Il dettaglio conferma che fra carriera nello spettacolo e origine in terre non (più) italiane c’è un nesso, che vale per Lionello come per Alida Valli, Laura Antonelli, Femi Benussi, Claudia Cardinale, Antonella Lualdi, Rossana Podestà, Osvaldo Valenti, Luca Barbareschi...
Quanto al tipo di notorietà di Lionello, essa è affidata, più che alla quarantina di film dove ha recitato, a quelli - ben di più e ben più importanti - dove Lionello ha prestato la voce a un altro attore. Gli italiani ne scoprono la bravura prima di conoscerne il nome, perché negli anni Sessanta raramente i doppiatori erano citati nei titoli.
Ma è Lionello che sostituisce Elio Pandolfi nell’emettere suoni articolati credibili col becco di Paperino; è lui il Gatto Silvestro; è lui Peter Sellers del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick; Dick Van Dyke in Mary Poppins di Robert Stevenson; è Charlie Chaplin nel secondo doppiaggio del Grande dittatore, di Chaplin stesso; è lui Gene Wilder in Frankenstein jr di Mel Brooks; è lui Michel Serrault, accanto a Ugo Tognazzi, nel primo e nel secondo Vizietto di Edouard Molinaro e nel terzo, di Georges Lautner; è lui Robin Williams, accanto a Pam Dawber, nella serie tv Mork & Mindy.
Soprattutto Lionello è Woody Allen, fin dagli inizi, quando i suoi personaggi di intellettuale newyorkese ebreo facevano ridere, con intelligenza e cultura. Il cinema italiano coevo (cui Lionello contribuiva anche come caratterista) d’intelligenza e cultura s’infischiava, consapevole già allora di ciò che è palmare oggi: che se il pubblico cinematografico è spesso intelligente, quasi mai è colto.
Ma Lionello sapeva infischiarsene, curando il difficile adattamento in rima, oltre che il doppiaggio, del Cyrano de Bergerac con Gérard Depardieu, che Jean-Paul Rappeneau e Jean-Claude Carrière avevano tratto dall’opera di Edmond Rostand.
Quando Lionello aveva cominciato a doppiare, quasi mezzo secolo fa, era ancora bello ascoltare i doppiatori, identificarsi con loro e identificare loro coi divi. Gualtiero De Angelis era un giorno Cary Grant, un altro James Stewart; Alberto Sordi era ora Oliver Hardy, ora Pedro Armendariz; Paolo Stoppa era Richard Wydmark; Vittoria Febbi era la maggior parte delle signore di Hollywood, con una certa tendenza a una prosa gorgheggiante...
Di quei doppiaggi con poche voci Nanni Moretti si sarebbe lagnato in uno dei suoi film, sostenendo che «erano tutti parenti», dettaglio vero più oggi che allora. Ma allora il doppiaggio era generalmente un lavoro per chi veniva dal teatro; anche quando le interpretazioni non erano immense, c’era una dizione che oggi s’è perduta.
Se Lionello non è stato un fine dicitore, è stato comunque capace di rendere credibili gli estri di Woody Allen, fra solipsismo compiaciuto fino al narcisismo e logorrea di solitario che soffre di solitudine. Doveva essergli servita l’esperienza di cabarettista al Bagaglino, quando il cabaret romano era la propaggine di una rivista allora prestigiosa, Il Borghese. Di quell’esperienza Lionello ebbe anche motivi d’imbarazzo, in un periodo nel quale era opportuno «andare a sinistra». Per discolparsi, Lionello avrebbe raccontato di «aver fatto il partigiano». Ma era un ragazzo durante l'occupazione...
Senza l’ironia, il sarcasmo del primo Bagaglino, Lionello sarebbe stato all’altezza dell’autoironia ebraica di Allen, così permeata, sotto la modestia, di senso della superiorità? Il «muro» del doppiaggio si sarebbe potuto superare in Italia solo a fine millennio, con i dvd; prima, con le videocassette, la versione originale restava rimossa, come al cinema. Così era stato ovvio identificare semplicemente la voce di Lionello con quella di Allen. Coi dvd si sarebbe capito che quella di Lionello era migliore.