Secondo attacco in poche ore al cargo italiano

Ora non è più una traversata, ma un’odissea da incubo, uno snervante gioco a rimpiattino con i pirati. Loro, i signori dell’arrembaggio ci provano di nuovo all’alba di ieri mattina. Il radar della Jolly Smeraldo suona l’allerta alle 5.50, segnala quel puntino diretto verso la fiancata della nave dal lato della costa. Il capitano Domenico Scotto di Perta e i suoi 22 uomini, 12 dei quali italiani, capiscono immediatamente. Tra le onde avanza la stessa scialuppa che ha tentato l’assalto mercoledì pomeriggio. Ma stavolta è anche peggio. «Questa volta avevano un uomo in più armato di bazooka» - racconta Stefano Messina, 42enne amministratore delegato della compagnia armatrice della portacontainer.
Quell’arma rischia di fare la differenza. Il bazooka è un lancia razzi anticarri Rpg, capace di perforare lo scafo ed esplodere con effetti devastanti all’interno di cabine e sala macchina. Il capitano e i marinai «coraggiosi» sono, invece, ancora soli. Nonostante la reazione al primo tentativo di arrembaggio nessuno è arrivato a scortarli. La nostra fregata Maestrale è bloccata da una sosta tecnica nel porto di Gibuti, le navi europee della missione Atlantide sono troppo lontane o troppo impegnata in altre faccende.
Cosi sulla Jolly Smeraldo si ricomincia. Alcuni marinai corrono a dar pressione agli idranti, altri attendono con le bocchette nei punti dove è più facile agganciare scalette o funi uncinate. Il comandante intanto ordina la devastante serie di rolli e beccheggi a macchina «avanti tutta» che il giorno prima ha costretto alla ritirata i corsari. Ma stavolta è più lunga e più rischiosa. Stavolta dal barchino partono prima alcune raffiche di kalashnikov e poi un paio di razzi anti carro. Le onde e il beccheggio impediscono, per fortuna, una mira accurata, ma i pirati non mollano. «L’attacco è durato 50 minuti e per fortuna nessuno è rimasto ferito, ma sembrava non finire mai» - racconta un arrabbiato Stefano Messina ricordando come nessuno stia intervenendo per difendere la Jolly Smeraldo. «Siamo in contatto con ministero della Difesa e comando delle capitanerie, ma senza risultato. La Maestrale è a Gibuti, a 10 giorni di navigazione, la fregata tedesca che doveva avvicinarsi non ha mai invertito la rotta... quindi il mio equipaggio è abbandonato a se stesso e spera di riuscir a raggiungere il corridoio protetto». Quel che più fa arrabbiare l’armatore è l’ inerzia internazionale. «Gli assalitori sono sempre gli stessi, quindi dispongono d’una nave madre, come mai nessuno l’intercetta?».
In verità qualcuno si muove. Proprio ieri la fregata francese Nivoise ha catturato tre pirati in un’imbarcazione di dieci metri su cui sono stati trovati i salvagente della nave cargo norvegese Bow Asir, catturata dai pirati il 26 marzo e liberata il 14 aprile. Messina come molti altri armatori pensa invece all’autodifesa. «Fin qui ho rifiutato le offerte di imbarcare del personale armato in grado di contrapporsi ai pirati, ma di fronte alla totale mancanza di risposte non ho più scelta». Per ora l’unico governo occidentale pronto a rispondere alle esigenze di sicurezza degli armatori è quello belga. Proprio ieri l’esecutivo di Herman Van Rompuy ha varato un decreto che consente ai mercantili battenti bandiera belga d’imbarcare una squadra di otto militari governativi per garantirne la sicurezza nelle aree critiche. In cambio gli armatori dovranno pagare 115mila euro di spese a settimana e rinunciare a qualsiasi azione legale.