Secondo la Direzione distrettuale antimafia, la ’ndrangheta del Vibonese e del Reggino imponeva alle aziende assunzioni e una «tassa sicurezza cantiere» del 3 per cento Boss e sindacalisti, cupola degli appalti per l’A3 Ogni cosca gestiva i lavori su

da Reggio Calabria

Ci risiamo. Ancora una volta la mano della 'ndrangheta cala sugli appalti per l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Coinvolte quindici persone, ora sotto custodia cautelare con l'accusa di associazione mafiosa ed estorsione. Secondo l'accusa, gli arrestati sarebbero affiliati alle principali cosche della 'ndrangheta vibonese e del reggino: Mancuso, Pesce, Piromalli, Bellocco, Bonarrigo e Tassone. Fra le persone coinvolte anche un sindacalista della Cgil, Noè Vazzana, legato alla cosca Bellocco di Rosarno e un sindacalista della Cisl, Antonio O. indagato. La squadra mobile di Reggio Calabria, che ha condotto l'inchiesta, ipotizza che le grandi imprese impegnate nei lavori di rinnovo autostradale nel tratto tra Vibo Valentia e Reggio, siano state sottoposte ad estorsioni per decine di milioni di euro. Le cosche, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Reggio che ha coordinato le operazioni, avevano assoggettato le imprese, costrette a pagare una somma del tre per cento, che nelle conversazioni intercettate veniva chiamata «tassa sicurezza cantiere». L'inchiesta, che va avanti da anni, ha visto anche la collaborazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) di Reggio, che ha sequestrato diverse società di capitali e arrestato alcuni imprenditori. A pagare erano la Condotte spa, la Coop costruttori, la Gepco salc, la Baldassini-Tognozzi, l'associazione temporanea di impresa composta da Sicilsonde e l'Italgeo, Caramazza, Rindone. Anche il latitante Giuseppe Bellocco partecipava alle «decisioni di lavoro». Per gli inquirenti «i subappalti erano già decisi e prescindevano da una formale aggiudicazione, il tutto a scapito delle imprese pulite che venivano automaticamente estromesse dal gioco perché "non gradite"». È in questo contesto che emerge la figura del sindacalista Vazzana, sindacalista della Fillea-Cgil, assunto come assistente di cantiere dalla «Baldassini&Tognozzi» nell'agosto del 2004 e anello di collegamento tra la grande impresa e le cosche della Piana di Gioia Tauro. L'influenza di Vazzana, il cui nome ieri era stato inizialmente associato alla Cisl, prima della smentita dello stesso sindacato, era tale da riuscire a far trasferire la sede dell'ufficio tecnico della società per cui lavorava in un immobile di proprietà di Matteo Giuseppe Oliveti, ritenuto vicino al clan Piromalli. Subito dopo l'arresto, la Cgil di Gioia Tauro ha disposto la «sospensione cautelativa» di Vazzana. Nelle carte in mano agli investigatori emerge come le «competenze» fossero ben suddivise: ai Mancuso spettava il tratto tra Pizzo Calabro e Serra San Bruno, ai Pesce quello tra Serre e Rosarno e ai Piromalli tra Rosarno e Gioia Tauro. «Ci sono facce compiacenti che prestano la loro immagine formalmente pulita per aggirare la normativa antimafia, e addirittura emerge un quadro secondo cui, dal Nord, le grandi ditte inviano i loro emissari per mediare con la 'ndrangheta per ricercare ditte così dette "a modo" e gradite alle cosche». Sibilline le parole del colonnello Franco Falbo, capocentro della Dia di Reggio Calabria: «Abbiamo lavorato molto sugli aspetti patrimoniali dell'inchiesta in sintonia con la Prefettura di Reggio Calabria, che ha sempre negato la certificazione antimafia alle ditte sospette. Le stesse sono state poi puntualmente riammesse ai subappalti grazie alle sentenza del Tar Calabria». Le indagini sono state coordinate dal pm distrettuale Roberto Placido Di Palma, che si è chiesto: «Gli Imprenditori sono sottoposti ad estorsione o collusi?».