Secondo il «Financial Times», il greggio potrebbe superare il record in termini reali toccato con la rivoluzione iraniana del ’79 Il petrolio lanciato verso i 100 dollari

Il barile a quota 93,80 La Libia: «Colpa della speculazione»

da Milano

Ancora avanti, verso quota 100 dollari il barile. Ancora avanti, verso quota 1,50 dollari. Petrolio ed euro continuano la corsa al rialzo. E non sembrano voler smettere.
Il greggio si è spinto ieri fino a un massimo di 93,80 dollari, nuovo primato storico in termini nominali, e secondo gli analisti il prossimo traguardo porterà il barile a superare i 100-110 dollari, ovvero il picco assoluto in termini reali raggiunto in occasione della rivoluzione iraniana del 1979 (a prezzi attualizzati). I calcoli sono stati fatti ieri dal Financial Times, e l’assenza di una cifra di riferimento precisa si spiega con il fatto che rendere omogenee le quotazioni di 28 anni fa con quelle attuali non è così semplice: alla fine degli anni ’70 i future sul West Texas Intermediate, il greggio di riferimento per il mercato Usa, non esistevano ancora. E ancora: per attualizzare i prezzi si usa in genere l’inflazione. Ma, in questo caso, qual è inflazione di riferimento? Quella americana, o quella mondiale? Ecco perché, prudentemente, il quotidiano finanziario ha indicato in 100-110 dollari il picco reale del petrolio.
Un livello che il greggio potrebbe raggiungere entro le prossime settimane, in assenza di interventi aggiuntivi da parte dell’Opec dopo l’aumento produttivo di 500mila barili al giorno che entrerà in vigore dal primo novembre prossimo. La Libia, uno dei Paesi membri dell’Organizzazione, ha per esempio ricordato ieri che l’aumento delle quotazioni non dipende da una carenza di offerta, ma piuttosto da pressioni politiche. «Il ruolo dell’Opec è molto limitato - ha detto il presidente della National Oil Corporation libica, Shokri Ghanem - . La speculazione e la geopolitica governano ancora il mercato».
Anche l’euro, che si è spinto ieri fino a 1,4438 dollari, pare aver tutte le intenzioni di proseguire l’ascesa. Gli analisti danno la moneta unica a un dollaro e mezzo entro la fine dell’anno, soprattutto se la politica monetaria Usa e quella europea manterranno strade divergenti. Ovvero, se la Federal Reserve taglierà ancora i tassi e la Bce li lascerà invariati o deciderà di alzarli. L’istituto guidato da Ben Bernanke si riunisce oggi, e le attese sono per una riduzione di un quarto di punto del costo del denaro, allo scopo di restituire fiducia ai mercati e attenuare ulteriormente i rischi recessivi.
La crisi innescata dal virus dei subprime ha portato gli investitori esteri a prendere le distanze dal dollaro, svalutatosi dall’inizio dell’anno di oltre l’8% nei confronti dell’euro. Le ultime statistiche hanno posto in evidenza un record negativo nel saldo tra acquisti e vendite di asset denominati in dollari. Se la tendenza dovesse proseguire, si assisterebbe a un ulteriore calo del biglietto Usa, positivo solo per la riduzione del deficit commerciale americano, già sceso in agosto a 57,6 miliardi di dollari, non certo per l’export europeo.