È il secondo suicidio, aperte due inchieste

da L’Aia

Saranno due le inchieste che dovranno chiarire il suicidio di Milan Babic, trovato morto nella sua cella al centro di detenzione dell’Onu a Scheveningen. La prima spetta alla magistratura olandese, dato che il carcere che ospita gli imputati in attesa di giudizio da parte del Tribunale penale internazionale (Tpi) per la ex Jugoslavia e quelli che sono trasferiti all’Aia per deposizioni, è gestito dai Paesi Bassi. La seconda è stata ordinata dal presidente del Tpi, l’italiano Fausto Pocar, per accertare che tutte le disposizioni sulla sorveglianza e il trattamento dei detenuti siano state rispettate. Saranno, tra l’altro, sentite tutte le persone che hanno avuto occasione di avvicinarlo nelle ultime ore.
Babic ieri avrebbe dovuto concludere il suo ruolo, come teste dell’accusa, nel processo contro Milan Martic, un altro leader dei serbi di Croazia. Per due settimane Babic aveva testimoniato davanti ai giudici fornendo informazioni molto dettagliate. Era apparso sempre calmo e consapevole della sua scelta di far parte dei testimoni d’accusa. In cambio di questa collaborazione aveva ottenuto uno sconto sulla sua pena. In precedenza aveva deposto anche contro l’ex amico Slobodan Milosevic, il cui processo non si è ancora concluso, e contro Momcilo Krajisnik, leader dei serbi di Bosnia. Ma il suo ruolo di teste non era ancora concluso: Babic avrebbe dovuto ancora essere sentito contro due responsabili della sicurezza serbi, Jovica Stanisic e Franko Simatovic, oltre che contro Vojslav Seselj, leader del Partito radicale serbo.
Quello di Babic è il secondo suicidio nel centro di detenzione dell’Onu a Scheveningen, un quartiere dell’Aia, distante alcuni chilometri dal palazzo che ospita il Tpi. Nel 1998 a togliersi la vita, impiccandosi, fu l’ex sindaco di Vukovar Slavko Dokmanovic. L’ex sindaco era accusato per la sua presunta responsabilità nel massacro di circa 260 persone dell’ospedale di Vukovar, nel 1991. Il difensore di Dokmanovic aveva più volte menzionato durante il processo all’Aia lo «stato di depressione» in cui versava il suo cliente.
A Scheveningen, sempre nel 1998, un intervento immediato delle guardie aveva, invece, sventato il tentativo di suicidio del presunto criminale di guerra serbo bosniaco Goran Jelisic. Dopo un interrogatorio l’imputato decise di impiccarsi, ma fu salvato dai guardiani che lo tenevano sotto osservazione perché aveva dato segnali di grande inquietudine e nervosismo. Un anno dopo è stato condannato a 40 anni, e ora è detenuto in Italia. Le persone condannate dal Tpi, infatti, non restano nel centro di detenzione di Scheveningen, ma possono scegliere il Paese dove scontare la pena.