Sedicenne in coma: "Errore umano in sala operatoria"

Il legale della ragazza: "Troppo lento l’intervento dopo il black out". L’apparecchio dell’ossigeno collegato alla presa sbagliata

Cosenza - Oggi stesso i medici ridurranno le dosi dei farmaci che mantengono in coma Federica Monteleone per poterla sottoporre a nuovi test clinici. Verifiche sulle condizioni generali e sui danni cerebrali subiti dalla studentessa di 16 anni entrata in coma venerdì scorso, in seguito a un black out nel bel mezzo di un intervento chirurgico presso l’ospedale «Jazzolino» di Vibo Valentia. Per il momento i sanitari si limitano a definire stazionarie le condizioni della giovane ricoverata all’ospedale di Cosenza.
Intanto proseguono le indagini disposte dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia tese ad accertare quanto accaduto nel corso dell’intervento chirurgico. L’ipotesi di reato sulla quale sta lavorando il sostituto procuratore Fabrizio Garofano, titolare dell’indagine è quella di lesioni gravi, ma non ci sarebbero ancora indagati. Novità arrivano invece dagli accertamenti tecnici disposti dal magistrato: l’impianto elettrico della sala operatoria dove è avvenuto l’incidente funzionava correttamente. A fermarsi è stato il solo il macchinario per l’autopsia, che inspiegabilmente non era collegato al gruppo di continuità ma a una normale. Da qui la decisione della Procura di non effettuare il sequestro della sala operatoria, chiesto dal legale della famiglia della ragazza.
Cresce il sospetto di possibili errori umani. L’avvocato Vincenzo Cantafio, legale della famiglia Monteleone, ha presentato un esposto in procura. «Occorre stabilire - afferma - se c’è stato un errore umano visto che l’impianto elettrico funzionava. E bisogna capire anche i tempi di intervento dei sanitari in sala subito dopo l’incidente. I danni cerebrali riportati da Federica sono stati provocati da un’assenza di ossigeno che secondo i medici è durata alcuni minuti, ma non è possibile stabilire esattamente quanti. Di sicuro non si tratta di 3 o 4 secondi che sarebbe il tempo normale per l’avvio delle pratiche di respirazione manuale». Nell’esposto il legale fa riferimento a tre ipotesi: la spina dell’apparecchio di respirazione nella presa sbagliata, un ritardo nell’avvio delle operazioni di respirazione e infine un problema tecnico all’impianto elettrico o alle attrezzature dell’ospedale.
Eventualità quest’ultima esclusa dall’Asl di Vibo che ha avviato una propria inchiesta. «Abbiamo effettuato controlli incrociati sulle apparecchiature della sala - sostiene Francesco Talarico, direttore dell’Asl vibonese - ma non è emerso alcun malfunzionamento. Comunque, per precauzione abbiamo sospeso le attività nella sala per qualche giorno».
E intanto si indaga anche sull’altro sospetto caso di malasanità in Calabria. Ieri la Procura della Repubblica di Rossano ha sequestrato l’ambulanza sulla quale è morta una neonata di Corigliano Calabro e iscritto due medici al registro degli indagati. Il pm Maria Vellefuoco vuole capire se l’autoambulanza fosse dotata di bombole di ossigeno pienamente cariche.
Nel frattempo non si placano le polemiche sullo stato della sanità nella regione. A chiedere di fare un «check-up» agli ospedali calabresi sono molte voci politiche e di associazioni di consumatori. «Qual è il numero di tragedie politiche, giudiziarie e sanitarie che si devono consumare in Calabria perché la Giunta di centrosinistra tolga il disturbo?», ha chiesto l’ex ministro Maurizio Gasparri, di An. Il presidente della Regione Agazio Loiero si è limitato a replicare alle critiche parlando di «sciacallaggio da parte dell’opposizione».