Sedici anni al killer del tassista

La sentenza per l'omocidio di largo Dominioni. Ciavarella condannato per la morte di Massari. Rinviati a giudizio i fratelli Citterio. Concesse le attenuanti generiche. La procura aveva chiesto 30 anni. I familiaridella vittima: «La giustizia ha riconosciuto l’omicidio volontario». Il difensore: «Faremo appello, fu omicidio preterintenzionale»

È l’aritmetica della giustizia. Si sommano il rito abbreviato, la scelta del gup di non contestare l’aggravante della crudeltà, compensata dal riconoscimento delle attenuanti generiche, una perizia medica favorevole all’imputato. Così, Michael Morris Ciavarella, riconosciuto colpevole per la morte del tassista Luca Massari, esce dall’aula al settimo piano del tribunale con una condanna che - considerato il reato contestato, l’omicidio volontario - difficilmente poteva essere più blanda. Sedici anni di reclusione, e non 30 come chiesto solo pochi giorni dal pubblico ministero Tiziana Siciliano nel corso della sua requisitoria. Sedici anni per aver ucciso un uomo «colpevole» di aver investito un cane, e di essere sceso dall’auto per scusarsi. Un gesto di civiltà pagato da Massari con la vita.
Al termine dell’udienza, dopo la lettura del dispositivo da parte del giudice per le udienze preliminari Stefania Donadeo, le reazioni delle parti sono composte. Soddisfatti i familiari della vittima, nonostante il corposo «sconto» di pena deciso dal gup. «C’è stata la risposta della giustizia», spiega l’avvocato Cristiana Totis, che assiste il fratello di Massari. È lei a parlare in nome dei parenti del tassista ucciso. «L’importante - spiega - è che stesse in piedi l’accusa di omicidio volontario e non fosse derubricata in preterintenzionale, e così è stato». I familiari di Massari, fa sapere il legale, non faranno appello contro questa sentenza. Per loro, la vicenda giudiziaria si chiude qui. Va avanti, invece, per Ciavarella.
Perché nonostante una condanna con un sensibile sconto rispetto alla richiesta della Procura, l’avvocato Andrea Locatelli - legale dell’imputato - spiega che intende affrontare il secondo grado di giudizio. «Siamo contenti che siano state riconosciute le attenuanti generiche - commenta Locatelli -, per lo spirito con cui Ciavarella ha partecipato al processo e gli è stata invece tolta l’aggravante della crudeltà». «Una certa severità era dovuta - ammette l’avvocato - anche per il rispetto di chi ha perso un figlio o un familiare», e «viste le richieste del pm consideriamo questo un primo step e un successo difensivo, anche se la configurazione giuridica corretta per noi sarebbe quella di omicidio preterintenzionale». In appello, dunque, la difesa tornerà a sostenere quanto già affermato nel corso dell’udienza preliminare. E cioè che Ciavarella ha sì colpito Massari, ma non con la volontà di uccidere.
E in questo senso, a pesare sulla decisione del gup è stata anche la relazione presentata dai consulenti dell’accua e della difesa, secondo cui a uccidere Massari - morto l’11 novembre scorso dopo un mese di coma - non sarebbero statai i calci e i pugni ricevuti da Ciavarella. Il pestaggio, infatti, non avrebbe provocato lesioni mortali. A uccidere il tassista, invece, sarebbe stata la caduta all’indietro e a peso morto, con conseguente urto violento della testa contro il marciapiede. Un tonfo sordo che - hanno raccontato i testimoni - era stato sentito persino dai residenti al quinto piano dei palazzi di largo Dominioni, dove l’aggressione è avvenuta.
Ciavarella aveva confessato subito dopo l’arresto, prima ancora di parlare con il suo avvocato, assumendosi tutta la responsabilità dell’accaduto. L’imputato aveva poi scritto dal carcere ai famialiri di Massari, «chiedendo scusa e perdono». Una condotta collaborativa che ha pesato sulla decisione del giudice. I fratelli Stefania e Pietro Citterio, accusati di concorso morale e materiale in omicidio volontario, avevano deciso di chiedere riti alternativi, come fatto da ciavarella. E ieri il giudice li ha rinviati a giudizio. Il 16 ottobre, inizierà il processo.