Sedotti da due maschere beckettiane

Alessandro Benvenuti regala un’intensa interpretazione nello spettacolo «Come due gocce d’acqua»

Laura Novelli

L’avvio è comico, ritmato e salmodiante come un classico duetto farsesco. Fausto e Saraceno, macchinisti teatrali impegnati a montare le quinte di un malinconico Godot, se le dicono di tutti i colori: esternano abitudini e caratteri molto diversi, sciorinano cattiverie al vetriolo spolverate di sagace ironia, si minacciano con veemenza a furia di martellate e legnate. Qualcuno li ha messi «casualmente» là, sopra quel palcoscenico-cantiere che li tiene vicini l’uno all’altro, quasi fossero legati da un destino comune. Ed è proprio uno spettacolo sugli scherzi beffardi della sorte, sulle casualità (non poi così casuali) della vita, l’ultimo lavoro del bravo Alessandro Benvenuti, Come due gocce d’acqua il titolo, di cui firma testo (in collaborazione con Ugo Chiti) e regia, e nel quale recita il ruolo del toscano Fausto, affiancato dall’ottimo Gianni Pellegrino/Saraceno (un calabrese minuto e logorroico). Non abbiamo a che fare, dunque, con una commedia di costume (quelle, ad esempio, cui Benvenuti ci ha abituato con l’arguta saga dei Gori), bensì con un thriller «a sfondo umano» che parte in levare sulle note di uno spassoso contrasto comico (nutrito di esacerbate divergenze regionalistiche) per raggiungere registri assolutamente drammatici. Angosce, dubbi, paure, ricordi, disillusioni, suspance e brividi noir (enfatizzati da una regia ricca di tagli di luce, effetti sonori e colpi di scena) disseminano la strada che conduce alla spiazzante rivelazione del (pre)finale: Fausto riconosce in Saraceno l’unico testimone - da sempre latitante - dello scontro a fuoco tra malavitosi in cui «casualmente» venne uccisa la sua bambina di otto anni. Una ferita atroce, che non è possibile cancellare ma che alla fine, dopo lo sfogo, le urla e le lacrime, si trasforma quasi in disarmata pietà. E allora sì che questi due poveri disgraziati della Terra (cui entrambi gli interpreti regalano verosimiglianza e poesia) sembrano essere proprio Estragone e Vladimiro: fragili creature beckettiane cadute dentro un mondo (fittizio) che non è il loro ma che le accoglie benevolo, in attesa che qualche forma di riscatto dal dolore (se mai possa esserci) arrivi a guarirle.
In scena al teatro Vascello. Informazioni al numero 06-5898031.