Come seduco la fimmina (meglio se di sinistra)

Ecco le malefemmine del magico teatro messo in piedi da Pietrangelo Buttafuoco in <em>Fimmini.</em> Pagine cavallerescamente irrispettose verso i canoni moderni della relazione uomo-donna

Dispari opportunità come si conviene a un mondo popolato di cavalieri e femmine, anzi da fimmini tipo quelle immortalate dal fotoreporter mentre salgono la scalinata all’unisono, due schianti (Letizia Ortiz e Carla Bruni) sotto forma di schiene sinuose e tacchi alti. Quando ha visto quell’immagine Pietrangelo Buttafuoco ha trovato l’idea: «Mizzica che fimmini, ho pensato. Rimuginandoci sopra ho capito che quella foto è un bellissimo modo che lo Spirito del tempo ha scovato, tra i tanti, per raccontare oggi le donne». Ovvero le fimmini, quelle che si mettono l’uomo in tasca con un niente, perché un niente è l’uomo davanti al fruscio di un loro vestito.

Malefemmine, in fondo, che compaiono in forme varie nel magico teatro messo in piedi da Pietrangelo Buttafuoco in Fimmini (Mondadori, pagg. 152, euro 18,50), pagine cavallerescamente irrispettose verso i canoni moderni della relazione uomo-donna, improntata allo svilimento erotico a uso e consumo dell’ideologia post-sessantottina della parificazione sessuale, o alle glorie della cosiddetta società aperta. Rosari e carne, pudicizia e desiderio vanno di pari passo, in sfregio all’«epoca della cosmesi compiuta» la donna torna al suo mistero coprendosi, e l’uomo ritrova tutto il repertorio della «galanteria talebana» nel corteggiarla. Si vede quando Buttafuoco ragiona su come «sedurre una donna di sinistra». Abbandonata la simulazione, si passa alla regola per cui non si concede alla donna di sinistra (cioè la massa) nessun margine di decisione «mentre la mano con gravità dannunziana arriverà al fondo della schiena». Quindi si arriva all’ultima e risolutiva regola: «La danza della conquista di femmina borghese occidentale reclama il sovvertimento delle morali e dei totem plebei: psicoanalisi in primis, tutti i modi della civilizzazione e poi tutta la marmellata della correttezza». Così che in lei si schiuda l’unico sentimento adeguato all’occasione: la vergogna (di esserci stata con un bruto del genere, ma che vanti poi con le amiche...).

In tutto ciò la Sicilia, e la Catania di Buttafuoco, fanno da manuale di educazione amorosa, persino nella corretta glottologia. Il seno? Le mammelle? Le tette? Meglio «le minne». A dire il vero «ci sono anche le minnazze. Ed è variante non spregiativa, ma idea oltremodo formosa della maggiorazione. I petti piatti sono moderni, ma la movenza rotonda della tetta salda è legge di natura». Alla minna si addice, oltre a crocifissi e perle, il velamento. «Sono i cultori dell’impotenza quelli che possono prediligere il topless. La carne a vista, infatti, è quella della macelleria». Quando si svela coprendosi sortisce effetti incendiari, come quella reclame, fuori dall’aeroporto di Catania, delle mozzarelle del cavaliere Zappalà. Un manifesto di sei metri per tre accoglieva due giganti minne in bikini bianco, imperlate di acqua, e la scritta: “Le cose fresche dell’estate”. «Enzo Bianco, allora sindaco, dovette dare disposizione di sgombero, tanti erano i tamponamenti».

Il gusto sta cambiando, in meglio, trova Buttafuoco. Una volta gli uomini preferivano le bionde, ora sono passati ai trans, tragica pantomima della donna, ma da certi segnali sembra che ci siamo, «manca poco e finalmente tornerà la femmina, tornerà Iside, la dea che fa l’amore con gli umani. Altrimenti che senso avrebbe l’epifania di Nicole Kidman, donna dall’incantevole schiena, quando si offre come in un rito riparatorio nello spot dello Chanel n° 5?».