Come sedurre? Imparate da Afrodite

Estate, tempo d’oro della seduzione. Manovre, strategie, primi attacchi: è già tutto lì, nei classici. Sono loro i pionieri della parola che convince, che seduce. Cestiniamo i consigli rozzi, le formulette sfuocate dei santoni da rotocalco, guru della domenica. Torniamo ai maestri, greci e latini. Vi troviamo una manualistica fascinosa e completa, con tecniche mature, che meritano una classificazione scientifica, una filologia della seduzione. Si può partire da una tecnica seduttiva che definiremo “per riflesso”. Nessun diretto complimento alla bella: il miele sta nel descrivere gli effetti beatificanti da lei sparsi su chi la circonda. «Tre volte beato tuo padre» insinua lo stagionato Ulisse alla sua Nausicaa in fiore, «tre volte beata tua madre, tre volte beati i tuoi fratelli, quando vedono te, meraviglioso germoglio, nella danza...». Bordate notevoli, coronate da un «ma più beato, e di molto, l’uomo che ti porterà nella sua casa, il tuo sposo». Un uno-due trionfale, cui la ragazza replica. «Straniero, non mi sembri male, né stupido, né malvagio...», che sulle labbra di un’aristocratica educata ai rigori del silenzio equivale a un gettare la spugna... Poi, c’è la tecnica del “paragone allusivo”: basta scegliere il termine di confronto con grazia e pertinenza, e funziona alla grande. Ora una movenza “per contrasto”, illustrata da un briccone geniale, Archiloco. Ha messo gli occhi sulla sorella, più fresca, di una sua ex. «Ahi, ahi, è sfatta, quella - esordisce - fiori in polvere, la sua verginità». «Farei ridere tutti, con lei. Tu sei diversa, tu non hai perfidie, non diventi altra. Lei è aceto...». Psicologia forse elementare, ma efficace, se nei versi successivi leggiamo la cronaca del successo, con il poeta che avvolge la ragazza nel mantello, l’affonda nei fiori del prato, e scopre l’adolescente sortilegio della sua pelle. Non manca “l’intimidazione elegante”. «Mi sembri una puledra brada», pontifica Anacreonte alla sua bella ritrosa «ma devi sapere che io sono un cavallerizzo esperto: posso metterti briglie e morso, e farti fare il giro completo della pista...». Non si sa l’esito, ma il tono di questo seduttore raffinato è di chi le sue corse le vince. Orazio sceglie invece vie più tortuose, una “seduzione sapienziale”. Alla sua Leuconoe regala la lezioncina di filosofia.: «Lascia perdere la cabala, carpe diem... sfrutta l’oggi, non cullarti nel domani». Tecnica buona anche questa, se il principe dei lirici latini si gloria di aver primeggiato nella milizia di Venere. Properzio va al cuore del problema, la sua è una tattica muta. Cinzia dormiva e lui, a cose fatte, le racconta: «inanellavo i tuoi capelli abbandonati, regalavo al cavo della mia mano ladra i seni tuoi. Tutte dolcezze prodigate al sonno, dolcezze che dal seno rotolavano più in basso. Tu sospiravi, e io fantasticavo di un tuo sogno, forse un incubo, con angosce strane, come se un altro ti volesse sua e tu ti ribellassi». Alla faccia del servitium, della schiavitù, come Properzio definiva la sua storia con Cinzia. E le donne? Nei classici seducono, più che con le parole, con malie di vestiti e veli prodigiosi (Era che intorta Zeus sulla cima erbosa dell’Ida), di gesti calcolati (ci sto, non ci sto, la tela ballerina di Penelope), ma soprattutto con se stesse, come Elena, per cui i vecchi troiani sbavavano «è giusto, morire per una così». Su tutte, Afrodite. «Mentre si specchiava nello scudo del suo amante, Ares, coi lunghi riccioli sciolti - racconta Apollonio Rodio - la spallina del suo vestito si era sciolta sul braccio sinistro, al di sotto del seno». In quest’estate che - pare - prescrive la seduzione del “vedo, non vedo”, Afrodite era la dea da copertina.