Il Seeger del Boss è senza chiaroscuri

Asceso al rango di classico intoccabile, Bruce Springsteen, per definizione, licenzia solo capolavori. La controprova viene dalle entusiastiche recensioni che hanno accolto il suo omaggio a Pete Seeger, intitolato We shall overcome. The Seeger sessions. Tutto un ricorrersi di commenti del tipo: «stupendo», «meraviglioso», «un gioiello», «qualcosa di magico», «un disco prepotentemente fuori moda». Difficile resistere. Se i più bravi critici musicali, dalla Venegoni a Castaldo, da Luzzatto Fegiz al nostro Romana, si esprimono così all'unisono, be' significa che la ciccia c'è.
Così ho sborsato volentieri i 23 euro necessari ad acquistare il prezioso tributo. Confezione elegante, immagini virate in seppia, note e testi, cd più dvd sul dietro le quinte, tredici canzoni più due bonus track (cioè brani venuti maluccio ma offerti come regalo), un'aria da rimpatriata ruspante, i dodici musicisti fotografati con Springsteen all'aria aperta o nel soggiorno della casa di campagna dove il disco è stato registrato, quasi «dal vivo», in tre giorni. Per restituire l'immediatezza, quasi dylaniana, della session, senza prove e sovraincisioni, in una logica filosoficamente folk.
Ho ascoltato e riascoltato, per farmelo piacere. Non ce l'ho fatta. Per un attimo, citando il Seeger di If I had a hammer, avrei voluto avere anch'io un martello tra le mani. Poi ho capito perché il disco, al di là dei gusti personali certo opinabili, non è un capolavoro. Naturalmente venderà molto bene, e il concerto del 12 maggio al Forum di Assago, con la superband al completo, sarà un'esplosione di gioiosa vitalità. Tuttavia, insisto, The Seeger sessions non mi pare l'evento annunciato. E sapete perché? Perché il suo approccio musicale resta vagamente bullistico. Springsteen resta sostanzialmente un bulletto del New Jersey. Progressista, operaista, carismatico, trasversale, perfetto a 56 anni nel suo country look, tutto camicie a scacchi e jeans sdruciti: ma in fin dei conti un «Boss», sia pure alternativo.
Lo si vede dal modo squisitamente muscolare con il quale reinventa le canzoni di Seeger o da Seeger rese popolari. Non si tratta di purismo filologico, sia chiaro. È che quel mazzo di intramontabili ballate americane, per lo più costruite su tre o quattro accordi maggiori, con qualche passaggio in tonalità minore, vive di vita propria. Non serve enfatizzarle, nel supporto sonoro e o nella tecnica di canto. Infatti il vegliardo Pete Seeger, banjoista dalla voce sottile, dal fisico aristocratico e dall'approccio intellettuale, protagonista di infiniti concerti nei campus universitari, non appesantisce mai l'interpretazione. Nel distacco tipicamente anglosassone, che rifiuta il manierismo melodrammatico a noi caro ma anche il protagonismo delle rockstar, sta il fascino delle sue registrazioni: minimaliste, contrappuntate da un soffio di ironia, anche quando la materia proletaria del racconto bordeggia la tragedia, fatte di fraseggio e sospensioni. Proprio ciò che Springsteen, voce rugginosa e piglio da leader, non conosce. Il suono che scaturisce da queste Seeger sessions è, con rare eccezioni, monotono nel ritmo e avaro di sfumature, per di più appesantito da quei tre fiati che fanno tanto funerale a New Orleans. Rigorosamente acustico, certo, con banjo, contrabbasso, fisarmonica e violini (a tratti stonati) in gran spolvero; ma sviluppato senza il dono del chiaroscuro, come capita quando si fa una jam session tra amici, dove generalmente si diverte chi suona, meno chi ascolta.
Provate a riascoltare la palpitante John Henry nella versione di Seeger o la struggente Shenandoah in quella di Arlo Guthrie, figlio di Woody: capirete la differenza che passa tra un folksinger e un urlatore, sia pure «born in the Usa».