In segno di pace vi regalo una statuina

Stamattina, vigilia di Natale, mi sono alzato dal letto con una paresi facciale da sorriso. Sono corso allo specchio per capire cosa mi era successo e ho visto il mio sguardo: era uno sguardo buono, perdutamente mite, occhi dolci di triglia lessa, sopracciglia a forma d’abete, concilianti, faccia d’angelo con beccuccio di colomba, le mani che naturalmente si giungevano come in preghiera e l’indice e il medio che si accoppiavano come se dovessero benedire. Un santo. Ma quel che è curioso è la perfetta corrispondenza dell’aspetto con l’anima e la mente: pure i pensieri erano tutti amorevoli verso tutti. Mi sono alzato con la frase estrema di Pavese: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono». E quando ho provato a rispondere al telefono mi sono accorto che non parlavo ma tubavo, come una colomba della pace. Pensavo ai peggiori e i più cattivi, ma non riuscivo a pensar male, trovavo solo il loro lato buono; non riesco a odiare nessuno, nemmeno chi mi odia. Mi avrà infettato il Santo Padre di Arcore, Silvio Baciucchioni, che ha perdonato Tartaglia e ha inneggiato all’amore. Mi avrà preso per la prima volta il clima natalizio, io che detesto Natale, le sue feste interminabili, e ho sempre sognato di farmi ibernare il 23 dicembre per farmi scongelare il 7 gennaio.
Perciò abbiate pazienza cari lettori del Giornale, avvezzi alla guerra e abituati anche da me alla polemica crudele, abbia pazienza il Feroce Direttore e la redazione tutta, notoriamente assetata di sangue; ma questo articolo si chiamerà pezzo non per alludere al gergo giornalistico ma a una fetta di pandoro con molto zucchero velato. Sarà un cantico francescano in lode del Nemico.
Sia lode a Tartaglia che da vero credente portava con sé la riproduzione del Duomo, della Madunina e del Crocifisso in tasca per colpire nel segno della fede il premier e di riflesso i suoi credenti. Un atto religioso e missionario, forse pure esorcistico, concepito una domenica, per entrare nel presepe dei personaggi recando un dono al Bambinello. Come si disse di Giuda - forse ricorderete un romanzo di Giuseppe Berto, La gloria - la sua opera nefasta servì alla gloria del Signore, si assunse un ruolo atroce, che pagò di persona, per consentire la crocifissione e la resurrezione.
Sia lode a Travaglia, solo per far rima con Tartaglia, che ha teorizzato, mi dicono, il diritto e forse il piacere di odiare. Come lo invidio, io non ci riesco. Poi da quando mi ha preso questa paresi buonista non riesco a non amare. Amo Travaglio, il suo faccino delicato e appuntito, la sua arguzia da Saint Just e la sua certosina, meticolosa crudeltà a fin di bene, la sua inflessione piemontese e perciò risorgimentale, la sua pignoleria di maestrino e amabile torturatore del dettaglio, il suo ruolo di teologo del dipietrismo, religione rurale e giudiziaria.
Amo il suo convivente, stavo per scrivere connivente, il Carissimo Michele Sant’Oro, il suo eloquio rustico e terrone, la sua aria a metà tra Robespierre e Robevecchie; lo sento come un sanculotto delle parti mie, un formaggio nostrano, quasi una bufala. Non riesco a volergli male, a Michele Nostro, amo perfino i suoi sospetti e i suoi teoremi. Per lui anche il gelo è colpa del mafioso Berlusconi; mi ricorda quella napoletana che andò alla visita ginecologica e quando il medico le disse: «Signò, avite nu’ pulepe» (Signora, avete un polipo), rispose: «Uè Maronna, e come è trasute?» (O Madonna, e come è entrato?). La signora, come Michele, esclude che possano formarsi da soli, è sempre colpa di qualche infiltrato...
Ma per restare nel mio Sud, sia lode al Maresciallo Tonino Di Pietro, aglio, oglio e ghigliottina, a cui mi lega un affetto antico come per un cugino di campagna. Non riesco a ricambiare il suo odio per Berlusconi e la sua gente; amo Tonino, il suo linguaggio rozzo e casereccio, le sue mani che si agitano davanti alle telecamere come se volessero prendere a bufitoni il prossimo, il suo sguardo mistico e sensuale. E amo perfino il suo dolcissimo barbarico Barbato.
Sia lode a D’Alema e ai dalemiani, qui lo dico senza sforzo, compreso quel Nicola Latorre che il Corriere della Sera ha scoperto avere solo quattordici anni, un adolescente, perché il quotidiano ha scritto ieri che sarebbe nato il 1995. Perciò è così conciliante e manda i pizzini a Bocchino, perché è nato dopo il muro di Berlino e Tangentopoli. Ma amo soprattutto lui, il Massimo Ideologo dell’Inciucismo, eminente filosofia dell’amore, per la sua naturale bontà appena dissimulata nel sarcasmo. E con lui amo di un amore che pensavo fino a ieri impossibile Bersani, io che lo vedevo come un orco, vagamente somigliante a Lenin, col sopracciglio arcigno; e invece è una pasta d’uomo, un raviolone pieno di ricotta. Amo Napolitano, piezz’e core della Vecchia Napoli sentimentale. Scurdammoce ’o passato, Presidè, vi vulimme bene assai. Amo Fratello Veltroni e amo Sorella Bindi di un amore spirituale, perché la carne purtroppo non mi segue; amo Fra’ Marrazzo e Sora Vendola ma spero di non essere ricambiato. Amo Eugenio Scalfari e nella sua Divina Imago amo tutta la Repubblica della stampa, anche quella che ci detesta e che finge la nostra inesistenza o la nostra morte nel millennio scorso. Amo tutti i miei colleghi e alla militarizzazione della stampa italiana rispondo da amoroso obiettore di coscienza: scambiamoci il segno della pace, abbasso le testate in alto i cuori. Lode a Gianfranco Fini, che nelle vacanze forse riuscirà a leggere il libro che ha firmato, e visto che va in farmacia a comprare il valium per Feltri, si compri per sé un flacone di acutil fosforo per la memoria. Amo Fini ma non si preoccupi, non voglio avere un figlio da lui. Gli auguro un avvenire radioso, se continua così farà il presidente del Perugia Calcio. Amo pure il suo fuffi, Ronchi, l’eminenza grigia del finismo. Come si fa poi a non amare Casini, cucciolo di mamma dicì, e il meraviglioso mondo dei terzisti. E amo i monumenti viventi, Scalfaro, Andreotti, la Levi Montalcini e tutte le vestigia del passato.
Lode poi alla Magistratura tutta, toghe rosse incluse, amo i salotti rossi e i cessi grigi, il partito degli intellettuali e le maestrine con la penna rossa, amo gli scienziati evoluzionisti che vogliono sopprimere chi non la pensa come loro e confesso un debole per i poteri forti. Amore batte Odio sei a zero, ai baci di rigore. La guerra è finita, scambiamoci le magliette e le statuine.