Segregata e stuprata per 24 anni: ha avuto sette figli dal padre-padrone

La donna chiusa in una cantina dal 1984, quando era diciottenne

Ci sono storie inghiottite in un limbo terrificante che nemmeno un libro degli incubi saprebbe immaginare. E che improvvisamente si materializzano come fantasmi venuti da lontano, squarciando anche il più rumoroso dei silenzi. Questa è una di quelle.
Ci arriva dall’Austria, per la precisione da una cittadina fatta di ventimila o poco più abitanti che si chiama Amstetten. Le guide turistiche la segnalano a malapena, ma da domani sarà famosa. Tristemente famosa per un orrore rimasto nascosto 24 anni.
Elisabeth Fritzl di anni oggi ne ha 42, ne aveva 18 quando sparì nel nulla. Dissero che forse era solo scappata da casa, magari plagiata da una setta. La polizia la cercò per un po’, poi la pratica fu chiusa. Sepolta e dimenticata come la vita di questa ex ragazza sprofondata e rubata da un mostro. Il padre. Lo si scopre soltanto adesso, praticamente per caso. Elisabeth come Natasha Kampusch, rapita, picchiata, stuprata non dall’anonimo vicino di casa ma da suo papà. Ventiquattro anni da prigioniera, reclusa nella cantina di quella sua casa grigio chiaro, a due piani nel bel mezzo della città, quieta, rassicurante e maledettamente uguale a tutte le altre. «Era l’agosto del 1984 quando mi rinchiuse» ricorda ora la donna, «lui cominciò a stuprarmi da quando avevo 11 anni».,
Difficile immaginare, tanto più raccontare un «ergastolo» consumato tra i più sordidi abusi. Da quell’uomo che l’aveva messa al mondo Elisabeth ha partorito sette figli. Uno, gemello, morto poco dopo la nascita.
Il padre, «marito» e nonno, 73 anni, ora è in galera. Si attendono gli esami del Dna per incastrarlo definitivamente ma la polizia dubbi non ne ha più.
Ha fatto fatica Elizabeth a parlare, a rievocare la storia della sua esistenza violata. I poliziotti l’hanno scoperta dopo che un uomo aveva accompagnato nell'ospedale di Amstetten una ragazza di 19 anni in gravissime condizioni. Sosteneva di averla trovata in stato semi-incosciente. Medici e investigatori pensarono così di cercare la madre, per capire cosa fosse accaduto. Un’indagine di routine, insomma. Qualcosa però non andava. A cominciare da un criptico messaggio recapitato ai dottori: «Non cercatemi, sarebbe inutile e potrebbe soltanto acuire il mio dolore e quello dei miei figli», c’era scritto.
Alla fine pero gli investigatori a quella prigione nascosta da casa sono arrivati. Non immaginando ancora cosa stessero scoprendo. Una volta liberata Elizabeth, frugando nel groviglio della sua mente ormai devastata, ha cominciato a raccontare. In cambio di una promessa: «Non rivedrai mai più tuo padre». Ecco così la sequenza allucinante delle violenze, dei bimbi figli dell’incesto partoriti in quella stanza dello scantinato dove era segregata. E anche di quel piccino morto dopo la nascita e che il suo padre-padrone aveva bruciato per nascondere ogni traccia. Elizabeth oggi è madre e in parte «sorella» di tre ragazzi e tre ragazze di età compresa tra i 5 e i 20 anni.
La buona notizia è che qualcuno finalmente si prenderà cura di lei. E di loro.
Altro lieto fine non c’è.