Il segretario Onu boicotta i Giochi: "Non ci andrò"

Ban Ki-Moon annuncia la decisione di non partecipare all’apertura dei
Giochi dopo il "no" cinese all’inviato delle Nazioni Unite in Tibet. Il regime comunista replica duramente al presidente del Cio che chiedeva più rispetto per i diritti umani: "Questioni
irrilevanti"

Spietata con i dissidenti, indifferente e arrogante con il resto del mondo. A quattro mesi dalle Olimpiadi Pechino fa di tutto per peggiorare il proprio indice di gradimento internazionale e alla fine riesce persino a scontrarsi con le Nazioni Unite che controbattono annunciando l’assenza del segretario generale Ban Ki Moon alla cerimonia d’apertura dei Giochi. Il colpo basso dell’Onu arriva dopo il secco «niet» opposto alle pretese del Commissario per i diritti umani signora Louis Harbour desiderosa di verificare di persona quel che succede a Lhasa e tra le vallate del Tibet. Pechino non si ferma lì. In una giornata che rischia di venir ricordata come la più funesta nell’ambito delle relazioni estere riesce persino a intimare il silenzio al presidente del Comitato olimpico internazionale Jacques Rogge colpevole di aver auspicato maggior tolleranza nel campo dei diritti umani.

Il «niet» opposto alla signora Luis Harbour, l’ex giudice canadese grande inquisitore al tribunale per i crimini di guerra, sembra per ora lo scivolone che porta le conseguenze peggiori. «Le autorità cinesi sostengono che un viaggio nel Tibet in questo momento non è opportuno – aveva raccontato ieri il portavoce delle Nazioni Unite Rupert Colville - ma ricordano che la signora sarà la benvenuta in un’altra data». La risposta formalmente cortese, equivale, nel linguaggio diplomatico, ad un «stai fuori dai piedi» e non mette certo di buon umore la Harbour desiderosa, dopo gli incidenti dello scorso 14 marzo, di valutare la situazione nella regione. La replica indiretta, ma assai dolorosa arriva poche ore dopo. Con un intervento a sorpresa Marie Okabe, portavoce del Segretario generale dell’Onu, ricorda, senza fornire ulteriori spiegazioni, che Ban Ki-Moon «come già comunicato tempo fa» non sarà in grado per «problemi di calendario» di partecipare all’apertura delle Olimpiadi. La diserzione vendica lo sgarbo inferto alla Harbour e mette ko Pechino.

L’altro scivolone, altrettanto pericoloso, è quello con Jacques Rogge il presidente del Comitato olimpico internazionale dimostratosi fin qui pronto a tutto pur di mantenere i buoni rapporti con Pechino. Nel corso di una conferenza stampa tenuta nella capitale cinese il numero uno del Cio confessa, però, di sentirsi rattristato per le continue contestazioni e ammette sinceramente che fin qui la staffetta olimpica non è proprio «la festa gioiosa desiderata da tutti noi». Quel brandello di verità messo sul tavolo, mentre Pechino continua a negare l’evidenza e ad inneggiare all’armonioso viaggio della propria fiaccola intorno al mondo, basta per relegarlo nel girone dei sospetti. Il peggio arriva quando l’esponente del Cio ricorda l’impegno ad un maggior rispetto dei diritti umani assunto dalla Cina al momento dell’assegnazione dei Giochi: «Vogliamo assolutamente ricordare il rispetto di quest’impegno morale» esterna Rogge che poche ore dopo si ritrova nel mirino dei portavoce di Pechino. L’immagine di «crisi» offerta dal numero uno del Cio viene definita «esagerata» e Jiang Yu portavoce del ministero degli Esteri legge quello che suona un editto di scomunica del massimo funzionario olimpico: «Riteniamo che i vertici del Comitato olimpico appoggino le Olimpiadi e quindi anche i principi che impongono di non intavolare argomenti su irrilevanti problemi politici». Ma in quell’irato battibecco Pechino sembra per una volta scegliere la verità. Per i vertici della più popolosa nazione del pianeta i diritti umani non sono altro che una fastidiosa, ma irrilevante dimensione della politica. E lì devono restare.