Segreterie autonome. E il capo non avrà più l’ultima parola sulle liste elettorali

Milano«È come alla fine della guerra civile americana», dice reticente l’alto dirigente leghista. Eccola qui la nuova Lega, reduce dai congressi che in Lombardia e in Veneto hanno incoronato gli uomini di Roberto Maroni, Matteo Salvini e Flavio Tosi. Il giorno dopo si sono visti tutti in via Bellerio, presente Umberto Bossi, per il D-Day sullo Statuto. Ed ecco la prima svolta: la Lega non sarà più una federazione, con un consiglio federale giudice ultimo su ogni «nazione». Sarà invece una confederazione di Leghe, nell’ambito della quale ogni Lega deciderà per sé. A partire dalla questione più importante, la compilazione delle liste elettorali, sulle quali invece fino a ieri l’ultima parola spettava al consiglio federale, per non dire al segretario. Perché finché il capo era Bossi che la Lega l’ha fondata, i bellicosi veneti potevano accettare di contare meno negli organigrammi, là dove Umberto era considerato una figura di garanzia. Ma con Bobo a tenere le redini del Carroccio si apre la fase della «collegialità».
Come al termine di una guerra civile, appunto, anche se qui il procedimento è inverso rispetto a quello americano: la Lega diventa confederazione e cioè, come da vocabolario: «Un organismo che lega tra loro diversi enti, dotati però di un grado di autonomia maggiore rispetto a quello proprio dei membri di una federazione», là dove gli organi confederali «non posseggono una sovranità diretta nei confronti dei singoli stati».
Il coordinamento sarà la nuova segreteria politica della quale faranno parte i governatori delle nazioni, che oggi sono Zaia in Veneto e Cota in Piemonte, e i segretari nazionali. La bozza di statuto prevede poi una sorta di autocertificazione di legalità per ogni candidato o dirigente, là dove chiunque pensi di poter avere guai con la giustizia deve autodenunciarsi, pena l’espulsione. Il testo approvato ieri adesso sarà sottoposto alle segreterie nazionali, poi tornerà in consiglio federale prima dell’approvazione al congresso del 30 giugno. Che la Lega sia cambiata lo si vede già dai nomi. Per dare un segno di discontinuità, Salvini ha scelto come vice due under 40: Cristian Invernizzi, segretario bergamasco, ma soprattutto Stefano Borghesi: classe 1977, laureato in Economia e per anni segretario a Brescia, era in predicato per essere il capolista in consiglio regionale, ma fu scalzato da Renzo Bossi: la sua nomina non è un risarcimento, dicono dallo staff del nuovo segretario lombardo, ma il simbolo del nuovo corso.
Nuovo corso che, sul territorio, riparte da Verona, dove si terrà il «No Imu day» del 17 giugno già annunciato da Maroni. L’invito è rivolto agli amministratori di tutti i partiti, ai quali verrà data la parola sul palco. La scelta di Verona la spiega un dirigente lombardo: «Agli eventi che abbiamo già organizzato nella bergamasca non c’era quasi nessuno, abbiamo la speranza che Tosi riesca a portare più gente».
Dicono che ieri in via Bellerio non ci fosse un gran clima, comunque. Maroni aveva l’aria cupa, i segretari nazionali se ne sono andati dopo solo un’oretta, mentre sono rimasti riuniti Bossi, Calderoli e Cota. Il Piemonte aspetta a giorni il verdetto del Consiglio di Stato sui ricorsi sulle firme false. Dicono i maroniani più agguerriti che c’è tensione, perché «la giunta di Cota rischia di andare a carte 48». I fedelissimi del governatore però negano che ieri se ne sia anche solo parlato. La guerra civile a colpi di veleni in fondo non è ancora finita.