SEGUE DA PAG 37

(...) Nei confronti di Mega, infatti, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio diciannove giorni dopo avere comunicato all’imputato la fine delle indagini. Un giorno troppo presto: perché la legge prevede che tra l’avviso di «fine indagini» e la richiesta di rinvio a giudizio di giorni ne passino almeno venti. Un cavillo, si dirà. Ma il giudice preliminare non ha potuto fare altro che prenderne atto e restituire tutti gli atti alla Procura perché rifaccia daccapo la richiesta di rinvio a giudizio.
L’inciampo non è rimasto privo di conseguenze. Infatti se Mega fosse stato rinviato a giudizio sarebbe potuto restare in cella, perché i termini massimi di custodia in carcere si sarebbero bruscamente allungati, e probabilmente sarebbe stato possibile per la Procura portarlo al processo in stato di detenzione. Invece la restituzione del fascicolo al pubblico ministero ha fatto sì che Mega si trovasse ormai sull’orlo della libertà. A questo punto il giudice, accogliendo l’istanza del difensore Giuseppe Lucibello, ha deciso di consentire a Mega di trascorrere la Pasqua fuori dalle mura di San Vittore: gli sono stati concessi gli arresti domiciliari, nell’abitazione dei nonni a Edolo, in provincia di Brescia.
La scarcerazione del giovane non segna però la fine della battaglia giudiziaria sul suo caso. La Procura nei confronti di Mega ha scelto la linea dura: quando ha accertato che quella sera il giovane si era messo al volante dopo avere assunto hashish e Xanax (un potente tranquillante), il pubblico ministero ha deciso di accusarlo di omicidio volontario. Il ragionamento del pm è semplice: sapendo benissimo di avere assunto sostanze che gli avrebbero impedito di guidare lucidamente, Mega ha messo deliberatamente in pericolo l’incolumità di chi avrebbe avuto la sciagura di trovarsi sulla sua strada. Come accadde a «Robertina» Caracci, che a quell’ora tornava verso casa dopo una serata in pizzeria con gli amici.
Difficile dire se l’accusa di omicidio volontario reggerà fino alla sentenza o se invece Mega verrà condannato solo per omicidio colposo, e quindi a una pena inevitabilmente più lieve. Nell’ordinanza che gli concede i domiciliari, d’altronde, il giudice si mostra fiducioso sul suo recupero: «il lungo periodo di detenzione preventiva sofferta, pari a oltre cinque mesi, non può non aver comportato un serio effetto deterrente ed una riflessione da parte dell'imputato sulla gravità del suo comportamento e ciò costituisce di per sé un ostacolo alla ripetizione di condotte simili anche considerando la notevole eco provocata dalla vicenda».