Sei anni fa ammazzato un medico Aveva fatto morire una paziente

da Milano

Politici e manager indagati, un ospedale fantasma e una filiera di morti. L’ospedale di Vibo Valentia ha una storia difficile, costellata di sangue e soldi. Tanti, spesi invano per strutture andate velocemente in rovina, come l’ospedale della vicina Pizzo Calabro, realizzato quarant’anni fa e dal 2002 utilizzato in parte come poliambulatorio.
Il prossimo 15 dicembre l’ex direttore generale dell’Asl vibonese, Armando Crupi, sarà processato con rito abbreviato per presunte mazzette legate agli appalti per la realizzazione del nuovo ospedale di Vibo. Il suo successore, Francesco Talarico, è stato sostituito per motivi politici. A gennaio invece ci sarà il processo per un altro ex commissario straordinario dell’Asl, Santo Garofalo e cinque funzionari accusati di corruzione e turbativa d’asta. Dietro quegli appalti ci sarebbe anche l’ex assessore alla Sanità calabrese, Gianfranco Luzzo, che avrebbe ottenuto in cambio finanziamenti all’Udc.
Che la ’ndrangheta abbia le mani sugli appalti per i lavori e le forniture dell’Asl vibonese non è più un mistero dopo l’inchiesta della magistratura che nei mesi scorsi ha portato a 22 arresti per associazione mafiosa finalizzata all’estorsione, ai danneggiamenti e all’usura. Un’indagine durata tre anni, con pedinamenti e intercettazioni. L’inchiesta ha anche sfiorato il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria e segretario dei Popolari-Udeur calabresi, Antonio Borrello, raggiunto da un avviso di garanzia per voto di scambio. La famiglia Lo Bianco di Limbadi, secondo la Dda di Catanzaro, poteva contare sull’«aiuto» di tre dipendenti dell’Azienda, tra i quali il figlio del boss Carmelo, che segnalavano le ditte da sottoporre ad estorsione.
Gli episodi di malasanità invece non si fermano alla morte della giovane Federica Monteleone, deceduta lo scorso gennaio dopo una settimana in coma a causa di un blackout in sala operatoria mentre era sotto i ferri per una banale appendicite. Nel 2001, il 27enne Saverio Mesiano uccise in ospedale il primario di urologia, Costanzo Catuogno, colpevole secondo Mesiano della morte della moglie, incinta di sei mesi della sua prima figlia.
La Sanità «succhia» il 60% delle risorse della Regione, per una spesa procapite di 1.404 euro. Pochi rispetto agli oltre 2mila della provincia di Bolzano, per una regione con un tasso di mortalità infantile nel 2006 doppio di quello nazionale, sette morti ogni mille nati vivi, mentre il 51% degli anziani over 65 ha 3 o più malattie croniche come diabete, Parkinson o bronchite cronica. Ma se i soldi spesi per la sanità finiscono in larga parte nelle tasche della ’ndrangheta, non c’è da stupirsi se da molti anni ormai la Calabria non esporta solo cervelli ma anche pazienti (52.265 nel 2005).
Ma c’è anche qualcuno che chiede di tornare in Calabria a farsi curare. È il caso di Pantaleone Mancuso, boss dell’omonimo clan, autorizzato dal tribunale a farsi ricoverare nel reparto di cardiologia dell’ospedale vibonese mentre era detenuto nella casa circondariale di Tolmezzo, in provincia di Udine.