Le sei incognite che turbano Israele 

Gerusalemme torna a mostrare al mondo arabo di avere la capacità di colpire i suoi nemici. Ora però il rischio è che il confronto si prolunghi troppo. I costi, economici e politici, potrebbero diventare insostenibili

Roma - Agli ufficiali dello Stato maggiore tedesco il generale Moltke diceva: «Preparate tutti gli scenari alternativi nei minimi particolari. Sappiate però che dovrete combattere in quello a cui non avete pensato». Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha detto che lo Stato maggiore israeliano ha preparato per sei mesi nei minimi dettagli l'attacco a Gaza. Ma anche per lui vale la regola di Moltke. Mentre i razzi continuano a cadere su Israele e su Gaza, la situazione sembra presentare una serie di problemi solo parzialmente previsti dagli strateghi di Gerusalemme. E le nuove chiavi di interpretazione del conflitto sono almeno sei. Eccole.

Il pericolo più grave: una guerra troppo lunga I tempi, in termini militari, politici ed economici per Israele sono contabilizzabili in giorni, non in settimane o mesi. Se l'intervento aereo non riuscirà a piegare Hamas, un intervento terrestre diverrà inevitabile. Se durerà più di dieci giorni potrebbe diventare politicamente (pressione internazionale) militarmente (perdite di soldati e resistenza nemica trasformata in trionfo) economicamente (costo diretto operativo e indiretto legato al mercato finanziario, turistico, agricolo ecc.) e psicologicamente (opinione pubblica interna ed estera delusa) negativo per il governo che gode, in questa azione, del sostegno del paese, che però non ha fiducia nella sua leadership.

Il ritorno della deterrenza nei confronti del mondo arabo Con l’operazione nella Striscia, Israele dimostra di aver corretto le deficienze della guerra contro gli Hezbollah di due anni fa. Intelligence funzionante e integrata nelle unità combattenti; un capo di Stato maggiore che guida e tace; giornalisti a cui non è più permesso di «giocare alla guerra» al posto dei generali; tecniche nuove e precise per distruggere tunnel di rifornimento di Hamas; uso efficace ma politico dell'aviazione; coordinamento fra militari e politici. Questi cambiamenti comunque vada l'operazione non andranno perduti. La guerra, tuttavia, si vince col raggiungimento dei suoi scopi strategici, non di quelli tattici. Da qui nasce un problema ulteriore: chi ha pianificato la guerra ha pianificato il dopo guerra?

L’incubo degli israeliani: la maledizione di Bagdad Lo spettro della rapida vittoria americana su Sadam Hussein e il disastro che l'ha seguita deve essere stato presente a tutti i livelli della dirigenza di Gerusalemme. Possiamo immaginare però quali domande i militari hanno posto ai politici: chi amministrerà Gaza in caso di occupazione? Si tratterà di un’amministrazione civile o militare? Locale, usando quel che resta di Hamas, o al contrario si farà come gli americani che non usarono i resti del partito Baath in Irak, o ancora si inventerà qualcosa in loco? E ancora: ci sono a Gaza istituzioni di al Fatah sopravvissute al colpo di Stato di Hamas che non siano corrotte e che siano quindi utilizzabili a scopi pacifici?

Il blocco intorno alla striscia e la terza intifada Una volta eliminato Hamas non c'è più ragione di mantenere il blocco attorno a Gaza. Dove andranno i suoi abitanti per procurarsi cibo, medicine e soprattutto lavoro? Non in Egitto che come si è visto nei giorni scorsi ha più paura di una invasione di palestinesi poveri arrabbiati di quanto non ne abbia Israele. Non in Cisgiordania dove oltre a destabilizzare il fragile governo del presidente della Autonomia palestinese (che deve farsi rieleggere il 9 gennaio prossimo) deve tener conto, assieme a Israele, del contributo che gente indottrinata da Hamas, alimentata dalla propaganda fondamentalista islamica, piena di livore, darebbe alla ripresa del terrorismo suicida. C'è un doppio elemento di rivolta che Israele potrebbe dover fronteggiare. Una terza intifada già proclamata da Hamas, e un'altra contro al Fatah, oltre al problema della "rivoluzione ideologica" a cui si è sempre abbeverata l'anima politica palestinese.

Un nuovo elemento: la protesta degli arabi israeliani Sino ad oggi la «strada» non ha mai rovesciato il potere nei paesi arabi senza l'appoggio dei militari. La gente per le strade del Cairo, Damasco, Beirut, Amman può urlare quanto vuole, a sostegno dei palestinesi contro Israele e contro i governanti locali, ma sino a tanto che esercito e polizia restano fedeli alle istituzioni (lo sono perché le istituzioni non sono democratiche) queste folle urlanti non contano. Contano invece in due casi: in Israele, dove il sostegno dato dagli arabi israeliani ai «fratelli» di Gaza, cioè a Hamas, è un segnale pericoloso per la democrazia israeliana. Anche se per il momento non ci sono ancora stati morti, gli scontri con la polizia e la dimostrazione di aperta slealtà allo Stato in guerra giocherà in favore del fronte di destra-religioso che si prepara a vincere le elezioni sotto la guida di Nethanyahu. Un fronte che di questi cittadini-nemici all'interno delle proprie frontiere, non ne vuol più sapere.

La sua politica dichiarata per le zone intensamente abitate da arabi, è di porre i loro residenti davanti ad una alternativa che essi rifiutano: trasferirli assieme alle loro zone al futuro Stato palestinese; oppure, per chi insiste ad essere palestinese al 100%, di godere dei diritti civili ed economici israeliani ma non di quelli politici. Un rapido sviluppo economico della Cisgiordania non appare sufficiente a supplire al bisogno di valori attorno ai quali creare una identità statale palestinese funzionante, in altre parole, i valori islamici non sono necessariamente pacifici e democratici.

Il dilemma: concessioni a Fatah o solidarietà ai coloni Questa guerra dimostra una volta di più di quanto Israele ha bisogno - se vuol restare ebraico e democratico - di uno Stato dei palestinesi con cui trattare e coesistere se vuole che, come è successo col ritiro da Gaza, ogni pezzo di territorio palestinese evacuato si trasformi in base di lancio di missili. Per cui a meno che non si finisca con il vivere in stato permanente di instabile "tregua" con Hamas (e come sta succedendo di fatto con gli Hezbollah) oppure che non si opti per uno Stato solo in Terra santa con due popoli, occorre trasformare i negoziati di pace con Mahmud Abbas in concessioni reciproche territoriali concrete. Il che significa decidere di scegliere fra al Fatah e i coloni, e fra le alternative - previste e non previste - che usciranno da Gaza quando i cannoni avranno cessato di sparare.