«Sei libera! E mi si è quasi fermato il cuore»

«Ascoltavo la Bbc, le donne mi hanno chiesto a che età ci si sposa in Italia»

Enrico Lagattolla

«Tutto bene, sono contentissima». Tre minuti dopo le 11, il Falcon 900 partito da Ciampino alle 10.10 di ieri mattina atterra a Linate. A bordo Clementina Cantoni, a casa dopo 25 giorni di sequestro e una notte a Roma. L’attesa è finita.
Via Jan, stessa ora, davanti al portone del civico 4 già presidiato da agenti di polizia e carabinieri. Da un lato, giornalisti, fotografi e cineoperatori di nuovo in attesa. Dall’altro, abitanti della zona, passanti e curiosi in costante aggiornamento telefonico. Filo diretto con chi è a casa, davanti a radio e televisione. Notizie che circolano nell’etere. «Clementina sta tornando».
Linate. Ad accogliere la giovane cooperante di «Care International», il sindaco di Milano Gabriele Albertini e il prefetto Bruno Ferrante, che si sono detti «felici di tornare ad abbracciare una persona straordinaria e con una personalità ricca». Un incontro breve, poi Clementina sale su un’auto scortata dalle volanti della Polizia. In meno di un quarto d’ora sono a casa Cantoni.
Via Jan è cambiata. Il cartello «Clementina ti aspettiamo» non c’è più. Al suo posto, uno striscione: «Bentornata». Si aspetta scommettendo sull’ora d’arrivo. Poi è il momento. Sono le 11.32, gente in strada, davanzali e finestre occupate, le cinque macchine che svoltano da una traversa. «Arriva». Frenata secca, scendono prima la madre e poi Clementina, i jeans e la camicia lunga di cotone leggero, si infila nel portone circondata dagli uomini della sicurezza. È un attimo.
Qualche minuto, occhi puntati sul balcone al secondo piano. E Clementina si affaccia, stretta dai genitori. Saluta la folla e non dice niente se non «grazie». Parlerà alla conferenza stampa, quattro ore più tardi.
Un racconto fiume, punto per punto. Partendo dalla fine. «Un attimo prima di essere liberata mi si è fermato il cuore. Non capivo cosa stesse succedendo, poi mi hanno tolto il burqa e ho visto che la macchina in cui ero salita era quella della polizia afghana». Clementina continua, dal rapimento. «È stata solo sfortuna, ho sempre seguito le regole di sicurezza». Poi «ho cercato di essere coraggiosa, di non essere troppo emotiva. Non sono stata maltrattata, e dopo lo choc iniziale non ho più avuto paura».
Nelle parole della Cantoni, dettagli di vita quotidina. «Mi hanno dato una piccola radio, ascoltavo la Bbc e c’era una piccola televisione in bianco e nero che trasmetteva programmi locali». E ancora, «i dialoghi erano un po’ stentati perché loro parlavano male l’inglese. Le uniche domande che mi hanno fatto erano sulla mia religione e sulla società italiana, ma mai niente di politico. Mi hanno chiesto, ad esempio, a che età ci si sposa».
I suoi carcerieri. «C’erano delle donne, ascoltavo le loro voci ma non le ho mai incontrate, e Timor Shah non l’avevo mai sentito nominare prima». Rassicura che «le armi erano sempre presenti, ma mai puntate verso di me come durante il video. Non sono mai stata male e non ho mai avuto bisogno di un medico».
Infine, la promessa di tornare in Afghanistan, dove ieri sono state arrestate otto persone sospettate di essere coinvolte nel suo rapimento. «Per salutare gli amici, tra uno o due anni. Ma non prima».