Sei ore di tempo per vuotare gli armadi

Alla Casa Bianca inizia l’era Obama. Una task force di 94 persone
provvederà a traslocare le cose di Bush per fare posto alla famiglia
del nuovo presidente. Suocera compresa

Una, ma ci sarà. E sarà l'unica falla nell'onnicomprensiva copertura mediatica del Grande Evento Globale. Il solo buco nero nel giorno del giuramento di Barack Obama. Un ignorato «qualcosa» che nessuno vedrà e di cui nessuna tv darà resoconto in diretta o differita. E non è dimenticanza, ma scelta precisa. Così vuole la tradizione.

Perché oggi, alle 11 del mattino, appena George W. Bush e Obama avranno percorso i primi metri di strada in direzione di Capitol Hill, sede della cerimonia di giuramento, dal cancello Sud della Casa Bianca entrerà una task force di camion vuoti e di fidatissimi facchini. Che insieme a 93 persone dello staff della First House, sotto il coordinamento dell'occhiuto capo usciere Gary Walters, avranno in tutto sei ore di tempo per svuotare armadi e cassetti dalle cose dei Bush, per pulirli e quindi per riempirli con le mercanzie della famiglia Obama. Suocera compresa. «Al loro ritorno troveranno i vestiti appesi alle grucce, i libri negli scaffali, gli hi-fi installati e i cibi preferiti nella dispensa», assicura Walters, che di simili traslochi si occupa dal 1986.

Gesti invisibili che vanno a far parte dei record, dei numeri e dei fatti curiosi che la transizione - sia politica, sia più banalmente domestica - nella residenza più importante della Terra, sta rovesciando addosso ai media mondiali. Si va dal numero di parole che alle 12 (le 18 italiane) Obama pronuncerà nel giuramento - sono 35, ovviamente sempre le stesse, «scolpite» nell'articolo 32 della Costituzione - agli oltre 100 milioni di dollari di costo dell'intero ambaradan; dai 42mila tra poliziotti e uomini della security che vigileranno sull'avvenimento ai 5mila gabinetti chimici disseminati lungo l'itinerario della parata e nei pressi del luogo del giuramento per soddisfare i bisogni degli oltre 2 milioni di persone (qualcuno teme 4 milioni) che oggi affolleranno la capitale. Perché quando scappa scappa, anche nei giorni in cui si fa la Storia.

Ed è un numero anche quel 30 gradi Fahrenheit (uno sotto zero dei nostri, i Celsius) atteso per stamane sulle rive del Potomac e che ha spinto gli organizzatori a dissuadere curiosi e supporter dall'arrivare con neonati al seguito. Così come è un numero quello degli operai - 24 - che hanno inchiodato insieme 22mila fogli di compensato per dare forma alla gigantesca piattaforma sul lato Ovest del Campidoglio, lì dove il primo presidente nero d'America appoggerà la mano destra sulla Bibbia che fu di Abramo Lincoln, sorretta dalla moglie Michelle, per pronunciare la storica formula chiusa dalle parole «so help me God», ovvero «che Dio mi aiuti». Attorno a loro, saranno «solo» 28mila, sulle 240mila ammesse nel recinto ufficiale, le persone che potranno starsene sedute. Curiosità collegata: piattaforma e noleggio delle sedie pesano per 3,5 milioni di dollari nel piè di lista complessivo.

Al di là delle curiosità, la scaletta è più o meno la solita, dalla tradizionale apertura con la banda dei Marines - e di quale altro corpo, sennò? - alla preghiera del reverendo Rick Warren, dal potente dispiegamento d'ugola di Aretha Franklin - e quale altra ugola, sennò? - al discorso d'esordio di Obama preceduto dallo Star Spangled Banner, l'inno nazionale - e quali altre note, sennò? - fino a quello di addio di Bush.

Poi, presidente e first lady (già reduci da ben tre cene ieri sera, una in onore dello sconfitto John McCain) saranno al pranzo per pochi intimi offerto dal Congresso nella Statuary Hall del Campidoglio. Nell'ordine, arriveranno in tavola spezzatino di mare con Sauvignon Blanc 2007 della Napa Valley, fagiano e anatra con salsa di ciliegie e patate dolci alla melassa accompagnati da Pinot Nero 2005 della Anderson Valley, e per finire un'americanissima torta di mele e cannella innaffiata da champagne californiano Special Inaugural Cuvèe ovvero imbottigliato apposta per l'occasione. Perché se quello di Martin Luther King era un sogno, il mondo ereditato da Obama è forse più simile a un incubo. E un brindisi benaugurale lui se lo merita tutto.