Sei personaggi in cerca di Dylan

In "I’m not there" un omaggio al grande cantautore americano interpretato da mezza dozzina di attori. Richard Gere: "Non posso pensare alla mia vita senza le sue canzoni"; Heat Ledger: "Inutile tentare di imitare l’inimitabile"

Venezia - Avviso a dylaniati e dylaniani: «Io non sono qui» è il film per voi, una goduria che si prolunga per 135 minuti, suppergiù la durata delle 39 canzoni, tra originali e cover, inserite nel fantasioso «biopic» in concorso alla Mostra. Avviso a coloro che hanno sempre mal sopportato Blowin' in the wind e affini: «Io non sono qui», se possibile, vi farà detestare ancora di più Bob Dylan, al secolo Robert Zimmerman. In originale I'm not there, dal titolo di una delle canzoni più belle e misconosciute di Dylan, il nuovo film di Todd Haynes (esce dopodomani in 200 copie, targato Bim) ha diviso come poche volte i festivalieri. All'uscita dalla proiezione, fitti conciliaboli per decifrare, ricostruire, collegare, anche esecrare. Perché il regista di Lontano dal paradiso s'è divertito non poco a complicare le cose, nella prospettive di rendere «un'esperienza emotiva e sensoriale» la sua cavalcata nella vita, gli umori e le canzoni del menestrello di Duluth.

Non per niente ha voluto che fossero in sei a incarnarlo nelle diverse fasi dell'esistenza, ciascun personaggio con un nome diverso, a comporre una biografia anomala e corale che rispecchia le anime controverse dell'uomo. Così, il piccolo Marcus Carl Franklin fa Woody, il folksinger in erba, un po' Guthrie un po' Leadbelly, che scappa dal riformatorio e viaggia sui carri merci. Ben Whishaw, invece, è Arthur, come Rimbaud, il poeta maledetto amato e saccheggiato da Dylan.

Christian Bale è Jack Rollins, il cantautore con armonica e chitarra che si fa strada nei club del Greenwich Village, inventando un nuovo modo di fare musica. Heat Ledger, uno dei due cowboy gay di Brokeback Mountain, è Robbie, divo cinematografico in bilico tra amorazzi sul set e fedeltà alla moglie francese, dalla quale ha avuto due figli. Cate Blanchett, la più impressionante nella somiglianza, è la star androgina e scostante Jude, accusata di aver tradito le radici folk in favore del rock. Infine Richard Gere è Billy, come Billy the Kid, fuorilegge invecchiato, con gli occhiali, che ha ancora il suo daffare con un decrepito Pat Garrett (Dylan scrisse la musica e interpretò Alias nel mitico film di Peckinpah).

Insomma un rompicapo, tra citazioni felliniane e dialoghi ritagliati sui testi delle canzoni, i Beatles che passano e Allen Ginsberg che sentenzia, Joan Baez rifatta da Julianne Moore e Charlotte Gainsbourg un po' Suze Rotolo un po' Sarah Dylan. Divertente? Sì. Ma anche respingente, specie per chi faticherà a cogliere l'intricata stratificazione di simboli e riferimenti. Tuttavia Todd Haynes non sembra preoccupato. A sorpresa Dylan gli cedette «i diritti su vita e musica per l'eternità», come recita la formula contrattuale, e lui ha potuto dedicarsi alla costruzione del puzzle, un po' tesi universitaria, un po' ritratto anarchico, mai agiografico. Confessa: «Mi sentivo depresso e impotente. Vivendo sotto l'amministrazione Bush, gli anni Sessanta sembrano un pianeta lontano, così ricco di creatività radicale, di vivacità culturale. E però, a pensarci bene, la svolta conservatrice di Goldwater, con la conseguente sconfitta dei liberal, nasce da lì. Anche nella sua conversione religiosa, Dylan ha anticipato i tempi».

Dei sei Dylan sullo schermo sono venuti al Lido solo Ledger e Gere. Entrambi, rivelano, all'inizio hanno faticato a sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda del regista. Troppo complessa la tessitura degli eventi, in un andirivieni temporale che confonde, per gli stili, gli incastri, le giustapposizioni. «Dylan è l'artista che ha più influenzato la mia generazione. Non posso pensare alla mia vita senza le sue canzoni», dice Gere. Mentre Ledger spiega di aver rinunciato subito «a ogni tentativo di imitazione fisica, perché lui è inimitabile». Per la cronaca, si parte con Memphis blues again e si finisce con Like a rolling stone. Il vero Dylan compare solo una volta, da giovane, mentre soffia nella sua armonica.