Sei sconfitte, il trionfo del vero tifoso granata

C'è una città in festa. Anzi, mezza. È la Torino granata. Certo non esulta il presidente Cairo, che aveva tutt'altre mete per la testa. Certo non esulta l'allenatore Zaccheroni, che mai in carriera aveva perso sei partite di fila. Certo non esultano i giocatori, anche se non è che da come si battono in campo dimostrino tutta questa costernazione (dev'esserci un malinteso, tra loro: pressantemente richiesti di interpretare lo spirito del Toro, fanno ridere).
A parte queste eccezioni, comunque, il tifoso medio della gloriosa squadra si gusta visibilmente compiaciuto gli indimenticabili giorni di questa rinnovata epopea. Lo sappiamo tutti come funziona l'incantesimo torinista. Se la squadra un po' vince e un po' perde, vivendo un suo borghese benessere a metà classifica, non è vita. Il Torino diventa una squadra qualunque. Perché la sua griffe torni ad abbagliare, unica e inimitabile, servono gli ingredienti selezionati con metodica e paziente ricerca nel corso dei decenni: sofferenza, autolesionismo e - con licenza parlando - sfiga.
Il tifoso granata ha dovuto sopportare, negli ultimi mesi, un brutto periodo di gaudente anonimato. Chi dimentica il penoso scivolone della promozione in serie A, con tutta quell'euforia attorno, che faceva facilmente confondere il Toro con l'Atalanta o il Catania, squadre qualunque, abituate a rattristarsi e a divertirsi nei modi più banali.
Per fortuna, la caduta di stile sembra già superata. Con queste sei sconfitte consecutive, il tifoso granata torna finalmente a nuotare nel suo brodo primordiale. A galleggiare pago e soddisfatto nel suo elemento naturale: la libidine della sofferenza. Se Dio vuole, possono riaffiorare trionfanti le prerogative che hanno reso chic, anzi vagamente snob, questa mitica fede granata: vittimismo, poverinismo, calimerismo.
Adesso che tutto riprende a girare storto, sarà facile riscoprire l'identità smarrita. Intellettuali e cabarettisti di grido potranno di nuovo rialzare la testa, esibendo orgogliosi il senso di appartenenza alla parte giusta, quella dei perdenti, dei disgraziati, dei perseguitati, dei dannati, degli infelici. A loro piace tantissimo tifare per queste cose della vita: basta non provarle mai.
Poi si sa com'è: quando la ruota torna a girare, tutto diventa facile e gioioso. Una bella notizia tira l'altra. A completare la riscossa della fede granata, c'è pure il concomitante rifiorire di una grande Inter. Per quelli del Toro, un terribile fastidio in meno. La gente nerazzurra, negli ultimi anni, aveva cominciato a sovrapporsi subdolamente - come genere di tifo - al marchio di fabbrica granata. Anche loro: vittimismo, compiacimento crepuscolare, masochismo radical-chic. Ma è già finita: scudetto vinto a Natale, e tutto spazzato via. La storia torna a camminare come sempre, nel solco della gloriosa tradizione: resta solo il Toro, inimitabile e incontrastato, in cima alla classifica dei Tafazzi. Da lì, il tifoso granata può guardare gli interisti e tornare a sorridere. Molti di loro, adesso che vincono, soffrono di nostalgia.