«Sei come tua madre» E la lucciola querela

Ora, certo, a ottant’anni suonati, un po’ incartapecorita e moderatamente claudicante, è solo un pallido ricordo del bijou di una volta. Allora sì che era un fiore, e considerata veramente brava, nel suo mestiere: sempre disponibile (fin troppo), precisa, ordinata. Accoglieva tutti a braccia aperte, e anche di più. E offriva il servizio a buon prezzo, comunque competitivo rispetto alla concorrenza. «Merito di tua madre, che t’ha insegnato veramente bene!» le ha detto, un giorno, una ex collega di Savona, professionista pure lei, e pure lei avanti negli anni. Lì per lì pareva un complimento: chiunque, che so?, avvocato, ingegnere, medico o architetto, sarebbe orgoglioso di aver imparato bene il mestiere dal genitore ed essere riconosciuto all’altezza come tale. Ma il bijou di una volta, attuale incartapecorita, ci ha pensato a fondo e ha capito che quel presunto complimento era un vero insulto. «Tanto più che quella vipera - ha spiegato in tribunale, dopo la querela - me ne ha già detto altre, di cose brutte. È un’invidiosa, signor giudice, non è mai stata all’altezza della situazione. Anzi, a volte, pensi un po’, ho saputo che la dava anche gratis, la faccenda». Il giudice di pace, quello incaricato di risolvere la disputa a termini di legge, ha cercato di comporre. Così ha convocato le due ottuagenarie e le ha messe a confronto. «In fondo - ha esordito il magistrato di buona volontà -, perché offendersi nel sentirsi dire che sua mamma le ha insegnato così bene?». Risposta: «Perché vede, mia madre, santa donna, non mi ha imparato niente. Sono io che, finché ho potuto, ho fatto la vita. E questa vipera, battona anche lei, m’ha detto in sostanza: “Figlia di mignotta!” Io come faccio adesso a perdonarla?».