In sella al cavallo, le valigie sul mulo: così cominciavano le ferie dei Romani

Antonio Venditti

La villeggiatura fu una consuetudine dei Romani, come dimostra la derivazione del termine da «villa», per avere un contatto diretto con la natura e, perciò, in sintonia con la tradizione agricola.
La società romana, a partire dall’ultimo periodo repubblicano, per le mutate condizioni economiche, sociali e di costume, mostrò un significativo aspetto della sua evoluzione proprio nel nuovo valore che volle dare ai viaggi, intesi fino ad allora dai più facoltosi come la possibilità di recarsi nei «praedia» - piccoli poderi rustici con abitazione - per controllare l’andamento della propria azienda agricola e anche per potervi soggiornare.
Inizia allora, per i più abbienti, l’abitudine di recarsi in un complesso residenziale, non soltanto nelle vicinanze di Roma, ma nelle zone più amene dei Colli Albani, Tiburtini, Prenestini e Sabini, che potevano essere raggiunti nell’arco di una giornata, o lungo le coste tirreniche a sud del Tevere, o addirittura lungo quelle più lontane della costa campana, nella ricerca di luoghi particolarmente attraenti o alla moda, quali i Campi Flegrei, le isole di Capri e Ischia, con netta prevalenza per il litorale di Baia, dove ebbero splendide ville Mario, Crasso, Pompeo, Varrone Cicerone e Giulio Cesare. Iniziò così a distinguersi una ben precisa classe sociale, desiderosa di evadere dalla vita caotica dell’Urbe, dove già alla fine dell’età repubblicana il traffico dei carri era caotico, per poter godere delle bellezze e delle risorse della natura, indispensabili per «l’otium» letterario.
Per cui cominciò a crearsi una categoria ben precisa di viaggiatori: i cosiddetti «ruris amatores», ai quali si contrapponevano gli «urbis amatores», coloro che che non intendevano allontanarsi dalla città, nemmeno per la villeggiatura. I viaggi anche durante l’Impero non erano affatto comodi, nonostante le opere di comunicazione realizzate. I mezzi di locomozione in uso erano due: il cavallo e il carro. Il cavallo, in genere, era adoperato dai più giovani, che spesso per ragioni di sicurezza viaggiavano a gruppi, seguiti da una piccola colonna di muli con sopra i servi e i bagagli. Chi voleva viaggiare più comodamente si faceva portare da un veicolo a due o quattro ruote, trainato da un solo animale, oppure da due. Naturalmente, non si era esenti da continui sobbalzi, dovuti alla mancanza di ogni forma di molleggiamento e alle strade lastricate con basoli di selce.
A due ruote era il «cisium», un calessino leggero a due posti con lo spazio per poco bagaglio, tirato da due cavalli e spesso guidato dallo stesso padrone. Leggero, elegante e riccamente ornato, era il «carpentum», tirato da due muli, che presentava ai bordi quattro statuine con sopra una copertura a volta con tendine di seta o in pelle, oppure con sportelli lignei. Probabilmente di origine etrusca, fu usato dalle matrone romane, dai dignitari di corte, dal prefetto del pretorio, dai giudici e dall’Imperatore.
Dei carri a quattro ruote, la «reda», veicolo semplice, con più pariglie di mule, era spesso di uso pubblico. Poteva anche essere coperta da teloni e poteva trasportare due o tre persone, oltre al bagaglio posto in un cassone.
Di proprietà privata era, invece, la «carruca», carro leggero e robusto che internamente presentava nel lato di fondo un comodo sedile per due persone: era guidato da un cocchiere.
Per un lungo viaggio si adoperava la «carruca dormitoria», piuttosto lunga e interamente coperta da un tendone con delle aperture. L’interno, arredato con pelli, coperte e materassi, era predisposto ad accogliere i viaggiatori per la notte, in quanto, se si poteva, era preferibile non pernottare negli alberghi, allora poco raccomandabili. Anzi, il più delle delle volte, dovendo fare un percorso abituale, i più ricchi avevano provveduto ad acquistare una piccola casa, «deversorium», in cui far tappa per un piacevole pernottamento predisposto dai servi che precedevano il padrone. Altri, invece, potevano contare sull’ospitalità degli amici le cui ville sorgevano lungo il loro percorso. La velocità media era di 7,5 chilometri all’ora.
Alcuni, considerate le proprie condizioni economiche, scelsero soluzioni più modeste per la villeggiatura, come Orazio, che amava recarsi nel suo podere in Sabina, in compagnia del fattore e dei servi, senza manifestare alcuna smania di grandezza.