Selva: «L’ambulanza? Farò come Guareschi, voglio andare in cella»

Il senatore uscente condannato per aver usato l’automedica come un taxi: «A 82 anni ho diritto ai domiciliari, ma non li voglio»

Dopo avere fatto il giro dello studio che si fa girando su stessi per mancanza di spazio, Gustavo Selva e io concordiamo: il Senato lo ha relegato in un abbaino. Grazioso e con le travi al soffitto, ma sempre un buco.
«Qui, se succede qualcosa, non c’è via di fuga», dice Gustavo con l’occhio esperto dell'ingegnere mancato. Nel dopoguerra, ventenne e già orfano di entrambi i genitori, si iscrisse a Ingegneria per volontà dello zio tutore. Ma il parente si suicidò e Gustavo interruppe gli studi per mantenersi, prima correttore di bozze, poi giornalista.
«Che iella!», dico.
«A me, le disgrazie vengono a grappoli», dice alludendo ad attuali amarezze che esulano dall'intervista.
«Hai avuto tante soddisfazioni. Vai per gli 82, sei stato un temuto giornalista e a 68 anni, quando sembravi al tramonto, sei entrato in Parlamento con An per quattro legislature», lo consolo.
«E ora che lascio, ho il piacere di avere un’intervista da te», dice e sediamo su due poltrone dirimpettaie così vicine che le nostre ginocchia si toccano.
«Pigli per i fondelli».
«Ti sono grato. L’intervista mi distrae dai guai privati».
Gli anni non hanno cambiato Selva. Conserva il profilo leonino con i capelli lunghetti all’indietro che divenne noto ai tempi della sua direzione di Rai2 tra il ’75 e l’81, ribattezzata «Radio Belva» per i feroci editoriali anti Pci.
«Il ricordo migliore dei tuoi 14 anni in Parlamento?».
«La visita a Montecitorio di Wojtyla. Casini, che presiedeva la Camera, mi presentò e il Papa disse: “Lo conosco bene”».
«Com’è?».
«Quando ero corrispondente Rai per l’Est europeo, Wischinsky, il primate anticomunista della Polonia, volle presentarmi “un giovane prelato di Cracovia”. Era lui. Così, unico direttore Rai, feci preparare una biografia di Wojtyla durante il conclave. Quando a sorpresa fu eletto, i redattori mi dissero: “Sei un mago”».
«Quale ricordo pensi di lasciare tu in Parlamento?».
«Nessuno. La politica è la cosa più inumana che si possa immaginare. Non è posto dove si creano legami», dice amaro.
«Temo ti ricorderanno per la fesseria dell’anno scorso. Fingesti un malore per salire su un'autoambulanza e arrivare in tempo a un talk show».
«Il malore c’era stato. Cercai di reprimerlo con la pillola allarga coronarie che porto con me. Non bastò. Allora, salii sull’ambulanza di stanza a Palazzo Chigi dove mi trovavo. Ma dovetti aspettare diciassette minuti che scendesse la dottoressa di turno per partire. Intanto, cominciavo a sentirmi meglio».
«Potevi scendere».
«Ero ormai prigioniero del meccanismo sanitario. Partimmo per il vicino Ospedale San Giacomo. Ma, stando bene, la prospettiva di essere ricoverato mi ripugnava».
«E cominciasti a insultare i barellieri».
«Mi limitai a rimproverarli per avermi fatto aspettare 17 minuti a bordo. Poi, per liberarmi dalla costrizione di essere ospedalizzato, ho commesso una leggerezza. Detti l’indirizzo della tv, dicendo che lì c’era il mio cardiologo».
«E, una volta in tv, ti sei vantato di avere usato “un trucchetto da giornalista”».
«Non davanti alle telecamere. Dietro le quinte dissi di avere usato un “escamotage”. C’era il giornalista che conduceva, Bobo Craxi, Daniele Capezzone e altri che, lì per lì, non trovarono niente da ridire. Solo l’indomani La7 montò il caso. Mi fece insultare da Livia Turco, Alemanno, Calderoli, senza però interpellarmi. Fu un fulmine a ciel sereno».
«Non ti senti in colpa?».
«Non ho danneggiato nessuno. L’ambulanza era riservata a Palazzo Chigi, non l’ho sottratta a nessun cittadino».
«Tua moglie e i tuoi quattro figli che ti hanno detto?».
«Che sono stato ingenuo e che avevo dato l’impressione di vantarmi. Non nego che su di me è prevalso l’istinto del giornalista di non mancare un avvenimento. Anche perché dovevo sostituire in tv il senatore Mantica di An e mi sentivo impegnato».
«Calderoli ti ha augurato il contrappasso. Ossia un malore senza che ci sia l'ambulanza perché un altro parlamentare imbecille l'ha presa per andare in tv».
«Consiglierei a Calderoli di non farsi la fama di iettatore».
«Alemanno, tuo compagno di partito, chiese la tua espulsione da An. In che rapporti sei rimasto?».
«All’inizio, freddi. Poi è venuto a stringermi la mano. Fini, piuttosto...».
«Cioè?».
«Quando gli feci rilevare che Alemanno aveva chiesto tre volte la mia defenestrazione e che c’erano cose più importanti da fare, si limitò a dire: “Forse esagera”. Troppo poco».
«In un primo momento hai dato le dimissioni da senatore, poi le hai rimangiate. Attaccato alla poltrona?».
«Fu il mio capogruppo, Matteoli, a impormi di non dimettermi perché sarebbe subentrato, tale Danieli, che allora pareva simpatizzante del transfuga di An, Ciccio Storace».
«Col senno di poi, come ti giudichi?».
«Un coglione. L’ora del coglione arriva per tutti almeno una volta nella vita». Su questa conclusione filosofica, Gustavo si alza per sgranchirsi ma sbatte con la testa nel trave dell’abbaino e ripiomba sulla poltrona.
Ora, ti hanno rifilato sei mesi per truffa ai danni dello Stato. Accetti pentito o farai appello?
«La truffa non c’è perché non ho avuto vantaggi economici. Farò appello. Anzi, se la colpa è davvero così grave, vorrei scontare la pena come fece Guareschi nella causa con De Gasperi. Ma ho 82 anni e la legge mi concede i domiciliari. Eppure l’esperienza del carcere mi solletica».
Sei uno sbruffone. Dì una frase memorabile per mettere una pietra sulla faccenda.
«Chiedo scusa se qualcuno ha sofferto per la mia intemperanza. Scuse sincere, anche se so che nessuno ha sofferto».
Un mese dopo la fesseria hai lasciato An per Fi. Chi ha propiziato il passaggio?
«Berlusconi. Mi telefonò dicendo: “Se hai problemi con An, sappi che le porte di Fi sono aperte. Per te spalancate”».
Non hai voluto ricandidarti. Hai messo le mani avanti temendo di non esserlo?
«Ero stato convocato dal notaio per firmare la mia ricandidatura. Ma ho voluto dimostrare che chi ha pendenze si ritira. Con mio dispiacere, ho risposto all’invito di Beppe Grillo».
Non ami Grillo?
«Un demagogo, espressione della peggiore antipolitica».
Con te, la sinistra si è stracciata le vesti. Ma tace su Bassolino che ha inguaiato due generazioni di napoletani.
«Il nostro è il Paese della retorica e dei due pesi e due misure».
Ogni tanto fai una scemata. Trent’anni fa ti sei iscritto alla P2.
«Mai. Tre sentenze lo dichiarano. Dario Fo che osò dirlo mi ha dovuto pagare 20 milioni di lire. Sempre pochi per il mio nome. Se però avessi saputo che nella P2 c’erano tanti galantuomini, prefetti, questori, militari, mi sarei iscritto anch’io».
E ridalli! Fai il provocatore. Perché, tu giornalista dc per una vita, entrando in politica hai scelto gli eredi del Msi?
«Nel ’94, la Dc era scomparsa. Io, poi, ero sempre stato contro l’“arco costituzionale” che escludeva la destra. Fu un atto di tardiva solidarietà verso il Msi».
Sei stato tra i traghettatori del Msi in An.
«Io e i cattolici di An. Fini ha poi enfatizzato le tesi di Fiuggi definendo il Fascismo “male assoluto”. Le leggi razziali, d’accordo. Ma il Fascismo non è l’orrore del Comunismo, di Pol Pot o Castro».
Come ti sei trovato in An?
«Bene. Col tempo però i cattolici cofondatori di An e garanti del suo ingresso nel Ppe, sono stati emarginati. Io, Publio Fiori, Riccardo Pedrizzi, Gaetano Rebecchini».
Fini o il Cav?
«È stato Berlusconi a dare a Fini la rispettabilità politica che gli ipocriti gli negavano. La II Repubblica è nata con Silvio ed è fondata sulle sue idee».
Da 50 anni osservi il Palazzo. Quale personaggi ti hanno colpito?
«Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat, Giorgio Almirante».
Oggi, chi è paragonabile a quelli?
«Si parva licet, Letizia Moratti come sindaco; Giulio Tremonti, come un Vanoni del tempo che fu, Fini per la politica atlantica. Oltre, ovvio, a Berlusconi, il numero uno».
Veltroni?
«Un piazzista di se stesso che si offre a tutto. A salvare l’Africa e a modernizzare - da non comunista! - l’Italia. Farà invece quel che ha fatto da sindaco: nulla».
Come sindaco di Roma voterai Rutelli o Alemanno che voleva cacciarti da An?
«Alemanno. Studia i problemi».
Con te è stato odioso.
«Be’, se fosse per la simpatia non dovrei votarlo. Ma in un politico è marginale. In ogni caso, il mio è un voto sprecato. Non sarà eletto».
Alle politiche come voti?
«Pdl al Senato. Alla Camera, Giuliano Ferrara per la sua contrarietà all’aborto».
So che vuoi continuare a dare una mano al Pdl. E se invece fossero felici di essersi liberati di te?
«Se gli va, sono qui. Non vorrei però essere escluso con la solita solfa che sono vecchio. Ci sono giovani vecchi e vecchi giovani. Inoltre, le mie ammiratrici sarebbero deluse».
Hai ammiratrici?
«Numerose e non tutte mie coetanee».
Dannato vecchietto, ti brillano gli occhi.
«Ti stupirò. Mi sto comprando una barca a Barcellona dove abita un mio figlio e vivrò a bordo varie settimane l’anno».
Con tante belle panchine a Villa Borghese?!
«Tié!»