Selva si dimette dal Senato dopo le polemiche

da Roma

«Onorevole presidente, con la presente pongo nella sua disponibilità le mie dimissioni. Non voglio fa ricadere sulla più alta rappresentanza della nazione le mie eventuali colpe e i miei possibili errori». E così, quarantott’ore dopo essere salito sul taxi-ambulanza per farsi portare velocemente negli studi di La Sette, Gustavo Selva deve scendere dall’autobus del Senato. «Per prendere questa decisione - scrive a Franco Marini - ho interrogato soltanto la mia coscienza di cittadino e di parlamentare italiano senza ascoltare alcuna persona politica».
E forse c’era davvero poco da ascoltare. Mentre tutto il mondo politico ha condannato il gesto, An ha infatti accolto con un silenzio glaciale la «furbata da cronista» dell’ex direttore del Gr2, che per dribblare i blocchi istituiti a Roma per la visita di Bush aveva preso un’autolettiga. L’unica dichiarazione ufficiale, rilasciata dal presidente del gruppo di Palazzo Madama Altero Matteoli, arriva infatti solo dopo le dimissioni: «Un gesto di responsabilità. L’assemblea dei senatori, nella sua sovranità, ascolterà le argomentazioni di Gustavo Selva sul suo agire e deciderà in piena libertà. La circostanza che Selva abbia assunto questa drastica decisione in solitudine, senza concordarla con il partito, toglie forza ad ogni tentativo di strumentalizzazione e non può che essere considerata come un gesto di rispetto nei confronti del Senato». Commenta Gianni Alemanno: «Stendiamo un velo pietoso su questa storia, che è il brutto effetto dell’età avanzata».
Ma a 81 anni l’inventore di Radio Belva vorrebbe ancora ruggire. «Poiché le dimissioni dovranno essere poste a voto a scrutinio segreto - si legge nella lettera a Marini - mi asterrò nel frattempo dal prendere parte ai lavori dell’assemblea. Ma l’atto che consegno nelle sue mani mi permetterà di svolgere nel dibattito l’illustrazione dei fatti e le mie considerazioni sul cosiddetto evento che mi ha coinvolto». Tra l’altro, insiste, il servizio d’emergenza funzionava male: «Dal momento in cui io sono stato fatto accomodare sull’ambulanza (che non fu da me chiesta, trovandosi a disposizione di quanti come me avevano presenziato alla conferenza stampa congiunta dei due presidenti) a quello in cui il mezzo si avviò diretto all’ospedale San Giacomo trascorsero oltre 12 minuti, nobile esempio di rapidità e efficienza».
Adesso la parola è alla procura della Repubblica di Roma, che aprirà un’inchiesta. Selva da due giorni sostiene di non aver mai fatto pesare la sua carica, ma la relazione spedita dall’Ares 118 al presidente della Regione Marrazzo lo smentisce. Minacce, addirittura spintoni. Il senatore ha avuto «un comportamento offensivo» nei confronti dell’equipaggio, «denigrando la professionalità e minacciando il licenziamento di un infermiere» se, dopo la tappa al San Giacomo dove gli hanno attaccato una flebo, non l’avessero accompagnato dal suo cardiologo di fiducia, in via Nogaro. Sennonché in via Nogaro non c’erano medici in attesa ma solo gli studi di La Sette. Selva, si legge ancora, «si strappava i fili di monitoraggio, tentava di togliersi l’agocannula e usciva frettolosamente dall’ambulanza inseguito dal personale». Una volta dentro, ha ordinato alla portineria di bloccare gli infermieri perché «il suo cardiologo lo stava raggiungendo». E quando gli addetti al 118 hanno chiesto spiegazioni, i portieri hanno risposto che ad attendere Selva non c’era nessun cardiologo ma uno studio tv.