Selvaggia Sardegna di foreste e falesie

Un entroterra montuoso, aspro e rurale, dove si cammina e si arrampica

Un entroterra che, a tratti, sembra quello di prima che l’uomo facesse la sua comparsa: di dorsali, di falesie, di foreste fitte, di doline e grotte carsiche, senza tracce né sentieri né strade per chilometri. Qua e là qualche ovile, in lontananza i resti di una torre nuragica, poi, finalmente, un paese. È lo scenario della Sardegna interna, quella che conoscono solo le sue genti, i pastori e gli appassionati di montagna. Qui il cammino è ancora avventuroso, come sulle Alpi non può più essere, e non sempre è un bene. Perdersi è più facile che respirare, l’acqua scarseggia ma non i cinghiali. Forse è anche questo il suo bello, quello che tanti cercano. Meglio non scherzare con il fuoco però.
Così, se non siete fra i sempre più numerosi che partono alla volta dell’isola per andare ad arrampicare con lo zaino pieno di scarpette, magnesite, corde e rinvii, alternando la parete verticale all’acqua blu del mare (vedi la falesia della “Poltrona”, ancora bella ma pesantemente deturpata dall’assurda costruzione ai suoi piedi di una pista di go-kart, o le tante pareti a ridosso del mare di Cala Gonone) ma non siete nemmeno dei bradipi da spiaggia e vi piace scarpinare curiosando nell’ignoto, questa è la Sardegna che fa per voi. Tenuto conto poi che il territorio è vasto ma non infinito, l’ideale potrebbe consistere in un’equilibrata degustazione a 360°, dal mare al Supramonte.
Inanto, parlando di montagne, occorre precisare che esse, a differenza della Corsica che presenta cime fino a 2700 metri, non superano i 2000 metri: la vetta principale è la P.ta La Marmora (1834 m) nel gruppo del Gennargentu. Fra i tanti microcosmi quello del Nuorese si presta alle diverse esperienze in un raggio di chilometri ragionevole. È la zona del Supramonte e del Parco Nazionale del Golfo di Orosei e del Gennargentu fra i comuni di Dorgali, Oliena, Orgosolo e Urzulei. Il Supramonte è sempre stato un sicuro rifugio, nell’antichità per le popolazioni locali perseguitate dai romani e nei secoli successivi per i fuorilegge. Non lontano si trova anche quello che viene definito «il più difficile trekking d’Italia», il Selvaggio Blu, traversata del Golfo di Orosei senza punti d’appoggio dove è necessaria la completa autonomia alimentare del gruppo. Qualche tratto di facile arrampicata e alcune discese in corda doppia. I dislivelli non sono eccessivi, ma l’asperità del terreno e le difficoltà d’orientamento fanno sì che le tappe non siano brevi. Sospeso tra il più bel mare del bacino Mediterraneo e alte pareti rocciose, offre un insieme di paesaggi e situazioni introvabili altrove. Quanto all’alpinismo (anche se il termine è improprio giacché l’attività “verticale” è qui per lo più arrampicatoria) la scoperta della Sardegna da parte del movimento continentale è avvenuta soprattutto negli anni ’70 e ’80 grazie all’iniziativa di alcuni nomi di rilievo quali Alessandro Gogna, Maurizio Zanolla detto “Manolo”, Marco Bernardi, poi Maurizio Oviglia e Marcello Cominetti, senza dimenticare l’isolano Corrado Pibiri che aprì numerosi itinerari nella zona di Oliena. Per stare su un ampio spettro di difficoltà le falesie calcaree di Cala Gonone, sulla costa orientale, sono tutte a pochi passi dal paese, spesso senza nome e indicazioni di grado. Ciò nonostante la Cala in Sardegna mantiene il primato: la frequentazione del luogo da parte di arrampicatori di punta ha fatto sì che nei suoi pressi venissero aperti il primo 8a e il primo 8b dell’isola. Per saperne di più si rinvia alla Guida dei Monti d’Italia del Cai-TCI dedicata alla Sardegna e curata da Maurizio Oviglia.
Un’altra caratteristica di questa Sardegna interna è che in essa si respira l’aria di un passato dal sapore mitico che si perde nella notte dei tempi e in ipotesi affascinanti ancorché discutibili. Come quella dello scrittore Sergio Frau, che pure sta riscuotendo sempre più consensi in ambito accademico, secondo cui la perduta “Isola di Atlante” altro non sarebbe che la Sardegna. Perché, se è vero che nella protostoria (circa 5000 anni fa) il mare era assai più basso di adesso, ecco che le distanze fra Sicilia e Tunisia dovevano essere molto inferiori al punto che lì avrebbero potuto trovarsi le Colonne d’Ercole e non, come ritenuto in seguito, allo Stretto di Gibilterra. Ne consegue che, ricollocando le Colonne d’Ercole nel Canale di Sicilia traslocano all’interno del Mediterraneo tutti quei miti e luoghi leggendari estromessi per secoli nell’oceano. Le torri della mitica Atlantide sarebbero dunque quelle della civiltà nuragica di cui l’isola è tutt’ora disseminata e che, spesso, sono nascoste nell’intricata macchia mediterranea interna.
Sia come sia, per tornare a Nuoro e al Supramonte, come dimenticare i suoi autori, cantori di quei luoghi e quelle genti? Grazia Deledda, Sergio Atzeni, Marcello Fois, Salvatore Niffoi... Leggere per credere.