Il semaforo? Compie 140 anni e noi gliene regaliamo 5 di vita

Per aspettare un verde buttiamo 1825 giorni della nostra esistenza ma
nel mondo dà da vivere a milioni di persone. Comuni compresi

Velocità massima tra i nove e i sedici chilometri, mezz’ora se ne va solo per cercare un parcheggio, in tutto un paio d’ore di macchina, tra andata e ritorno. E siete fottuti. Cinque anni della vostra vita se ne vanno così, mese più mese meno. In un’intera esistenza l’orgasmo vi porta via solo 16 ore, il semaforo 1825 giorni. Ditemi voi se siete normali.

Il semaforo è un killer silenzioso, una brutta malattia, ammazza un milione e mezzo di persone l’anno, aumenta il battito cardiaco, il mal di testa, la nausea, i crampi allo stomaco, da quando è entrato nella vostra vita siete diventati più ansiosi, più aggressivi, più incazzati. Arrivate a casa che fate schifo. Dire che regola il traffico è poco: è il datore di lavoro dei vulavà, il complice dei ladri di Rolex, l’azionista di riferimento dei comuni in rosso, l’angolino giusto per spedire sms. E da qualche anno anche un club per cuori solitari: a Norimberga si chiama «Flirt und Treff», flirta e cucca, a Los Angeles «Love the way you drive», ama mentre guidi, se la tipa della macchina accanto ti spacca il cuore al primo sguardo e poi sgomma appena scatta il verde, l’agenzia te la ritrova dopo un paio di isolati, quattro semafori più in là. Basta solo che arrivato al dunque non mi diventi rosso. In Brasile poi quello che sta all’incrocio tra le avenide Brasil e Reboucas, le arterie più trafficate di San Paolo, più che un semaforo è un centro commerciale che da solo dà da vivere a trecento persone, una sessantina di marreteiros ambulanti, una quarantina di mendicanti, un centinaio di volantinatori selvaggi, dieci vigili, due cani poliziotto, una ventina di ladri. Passano 13mila veicoli l'ora, il rosso dura un minuto e mezzo, si vendono mango, pelli di daino e cassette per attrezzi, si rubano occhiali e borsette. Se non hai voglia di cuccarteli c’è un aereo che collega i due estremi della città, tra l’aeroporto internazionale di Guarulhos e quello domestico di Congonhas, l’unico al mondo fatto apposta per evitare il traffico. In otto minuti sei arrivato.

Ognuno tratta il semaforo un po’ come gli pare. In Indonesia, chi non lo rispetta, è obbligato a un centinaio di flessioni sul posto; in Iran, dove passare col rosso è come bestemmiare Maometto, ti becchi una decina di frustate sui malleoli; in Belgio è lui che ti spia da lontano e se ti vede che arrivi a manetta scatta in anticipo sul rosso anche se in giro non c’è anima viva; in Sudafrica sostituito con gli esorcisti. Perché dicono che a certi incroci a provocare gli incidenti in realtà sono i fantasmi de li mortacci di quelli che ci sono rimasti.
Dimenticavamo. Oggi è il compleanno del semaforo, e, quindi, del traffico. Fa 140 anni precisi. Londinese di nascita, all’inizio era un lume a petrolio: regolava carrozze e cavalieri, sostituiva i vigili stufi di tornare a casa con i crampi alle braccia, il giallo non c’era, qualche volta scoppiavano. A Parigi, 1912, era un chiosco a Montmartre manovrato a mano da un poliziotto, a Milano, 1925, una curiosità tra piazza Duomo e via Orefici, che migliaia di persone spiavano contando i secondi: «Ma non durerà - dicevano - Dura minga». Oggi ci sono quelli intelligenti che fermano il traffico in automatico quando passa l’ambulanza. È il resto della città che è rimasto deficiente.
In questi anni comunque gliene hanno fatte di tutti i colori. A La Spezia c’è chi lo ha agganciato alla tv per risparmiare sulla luce, a Buenos Aires sono arrivati a rubarne 50 al giorno per rivenderli alle fonderie di alluminio, a Mosca li hanno accompagnati con il trillo di un usignolo finto per i ciechi fino a quando gli usignoli, quelli veri, che passavano di lì non hanno fatto strage di pedoni, a Stoccarda un tipo se l’è persino leccato e c’è rimasto appiccicato con la lingua. Solo un americano, Jason Niccum, se l’è fatto amico: con una diavoleria elettronica acquistata su ebay e usata dai vigili del fuoco cambiava luce ai semafori lungo la strada come Mosè sulle acque. In ufficio era l’unico puntuale.

Il semaforo ormai è entrato in tutti i vocabolari, dalla medicina alla politica, persino gli arbitri sono figli suoi, rosso stop alla partita, giallo per stavolta te la faccio passare, ma alcune cose di lui nemmeno le sapete: con il giallo per esempio non si passa. È un rosso aggiunto, non un quasi verde. E il pedone ha sempre la precedenza anche se passa con il rosso. Ma cosa serva in fondo non si sa. A Kensigton High street, Londra, lo hanno tirato via insieme a tutta la segnaletica e gli investimenti di pedoni si sono dimezzati. È un codice morale, l’ultimo rimasto, poi non ce ne sono più. Per questo è finito in mezzo a una strada.