«Semana Negra» La letteratura messa all’asta

da Gijón
Madrid, otto luglio. Sveglia alle 6,30. Doccia, colazione. Alle 07.55 un minuto di silenzio per i morti di Londra. Poi la lunga fila di scrittori, giornalisti e fotografi entra nella stazione di Chamartín e si avvia verso il treno della Semana Negra: tre vagoni speciali riservati a uno dei più famosi e importanti festival spagnoli, che quest’anno compie diciotto anni. Arrivati al binario, Paco Taibo II (il direttore del festival) incita la mandria umana a salire sul treno. L’atmosfera somiglia a quella delle gite scolastiche. Dopo una tappa a Mieres nel pomeriggio si arriva a Gijón, la città della Semana Negra che si affaccia sull’Atlantico.
All’Antiguo Instituto Paco Taibo II parla di letteratura e di libertà, di memoria e di «resistenza» culturale. Alla fine regalano a tutti dei cappellini da gangster e la carovana riparte per il festival, di nuovo in autobus. Il lungomare è una baia, e in fondo una grande scritta bianca sovrasta la spiaggia: SEMANA NEGRA. La rampa di accesso ai tendoni del festival è un mercato di bancarelle di ogni genere lungo quasi due chilometri, straripante di gente. Paco Taibo II taglia il nastro nero in perfetto orario, sotto il fuoco di molte telecamere (in diretta) e bombardato dai flash: il festival è inaugurato. Non mancano gli appassionati che pregano gli organizzatori per avere un pezzo di quel nastro, e vengono accontentati. Poi la lunga fila degli invitati si mescola alla gente e percorre tutto il mercato fino alla sede ufficiale della Semana Negra, due grandi tendoni dove si terranno gli incontri con gli scrittori. Per tutta la durata del festival, ogni giorno esce un giornalino con articoli vari e il programma. Accanto agli uffici c’è una nuova idea di Paco Taibo II: sopra un lungo nastro trasportatore in movimento (un vecchio attrezzo industriale) vengono depositati dei libri e un imbonitore ne decanta le qualità incitando la gente a comprarli. I prezzi vanno da uno a cinque euro, e le persone che si affacciano sul nastro hanno pochi secondi per decidere di lasciare o comprare. In fondo al nastro c’è la cassa: un’idea semplice e divertente, un modo nuovo di diffondere la voglia di leggere, uno dei compiti programmatici della Semana.
Il programma del festival è vasto, ci sono incontri dalle 17.00 alle 02.00. E poi concerti, letture di poesia, tavole rotonde, mostre (tra cui una bellissima retrospettiva sul fumetto spagnolo)... e cibo per accontentare qualsiasi palato (e portafogli). Paco Taibo II mi dice che l’anno scorso hanno avuto quasi un milione di visitatori, e che negli anni il progetto si è consolidato e ampliato aprendosi anche ad altri generi letterari. Il gruppo interno di collaboratori conta solo venti persone, e cominciano a lavorare ogni anno a gennaio. Paco aggiunge che nonostante tutto il festival ha molti nemici, però muy tontas. Mi segnala due scrittori emergenti spagnoli, che secondo lui arriveranno presto in Italia: Ramon Biedma e Mateo Sagasta. Poi gli chiedo del suo romanzo scritto a quattro mani con il comandante Marcos, e mi risponde che quando è stato raggiunto dalla richiesta credeva che fosse uno scherzo. Mi dice che è stato molto complicato scriverlo, per problemi di comunicazione: Marcos scriveva nella foresta del Chiapas e lui a Città del Messico. Hanno dovuto creare un sistema di contatto che sembrava quello delle spie cinesi degli anni ’40, ma Paco Taibo pensa che sia venuto fuori un romanzo interessante, molto duro politicamente, ma comunque un vero giallo. Per lui esiste «una sola letteratura, quella che recupera le passioni», e sono d’accordo con lui.
Vorrei aggiungere che per l’appunto ho finito di leggere Luci nella notte di Simenon (Adelphi) il giorno dell’arrivo a Gijon. Un vero capolavoro. Maigret non è nulla in confronto. Una storia semplice, che si staglia sullo sfondo di una nitida fotografia dell’America. Una storia di piccole vite, di persone normali, ma capace di aprire orizzonti universali. Non una parola di troppo, emozioni a piene mani. Mi sento di poter dire che Simenon non ha nulla da invidiare a Dostoevskij. L’emozione in letteratura è tutto. Se non c’è emozione non c’è romanzo. Ma il romanzo è anche memoria: di cose che spesso non abbiamo vissuto, ma che viviamo leggendo. Memoria che ogni regime totalitario ha cercato di cancellare, inaugurando spesso la sua vittoria con un bel rogo di libri. Per questo ogni festival di letteratura porta in sé una forte componente di opposizione all’ingiustizia.