Sembra troppo facile drizziamo le antenne

Nazionale che vince (e convince, tel chi il motto berlusconiano) non si tocca. Anzi, si ritocca appena nel solco di un’antica e collaudata tradizione che qui fa da controcanto al timbro calcistico moderno e spericolato scelto da Lippi per liberare il volo nel primo (e ultimo, repetita iuvant) mondiale della sua carriera giunta allo snodo decisivo della fase numero uno. Qui a Kaiserslautern, città chiusa per allarme terrorismo, controllata da terra e dal cielo quasi fosse diventata la sede di un G8 straordinario invece che l’indirizzo occasionale di una sfida calcistica, i novizi di Marcello Lippi hanno a disposizione una ghiotta occasione. Con un semplice scatto, possono incassare il secondo successo consecutivo e il passaggio, aritmetico, agli ottavi. In bilico può restare solo il primato del gruppo e con la posizione in classifica il futuro destino, il Brasile oppure l’Australia e/o la Croazia e non è differenza di poco conto come capiscono le casalinghe di Voghera, se mai ne esistano ancora. Sembra facile, scontato, garantito. Ed è in questi casi che bisogna drizzare le antenne. Gli Usa, nel calcio ben s’intende, non sono un rivale di grande spessore tecnico. Nel loro schieramento figurano solo tre calciatori provenienti da club continentali, gli altri si preparano negli States dove il campionato risulta di livello medio-basso. Diventano più temibili del solito quando risultano feriti nell’orgoglio patriottico, come succede in queste ore dopo quei tre schiaffoni subiti dai robusti ceki di Nedved che ha fatto vacillare Arena, il ct, e le sue convinzioni.
I rari precedenti in materia sono illuminanti. Il confronto di Roma, mondiale del ’90, si concluse con l’identico risultato dell’ultima amichevole: 1 a 0, sigillo di Giannini tra sofferenze dichiarate e paure inattese. Non è facile, nonostante l’impresa tennistica dell’Argentina ieri pomeriggio al cospetto di Serbia-Montenegro, metterli sotto e gonfiarli di gol. Perciò a scavare dietro le quinte di una vigilia segnata da ridotte pressioni e responsabilità in numero industriale, si intuisce l’idea-pilota di Lippi: è molto concreta e poco filosofica, e tende a cementare, mattone dopo mattone, l’esperienza dei suoi giovani cavalieri, migliorando la resa dell’attacco grazie al probabile lievito da scorgere nella prova di Totti. Le scintille di Messi, le giocate di Beckham, le stoccate di Kakà sono gli spinaci con cui il genio romano alimenta il proprio mondiale. Gli yankee sono tosti ma leali, non gli mireranno la caviglia come fece quello spietato «cecchino» di Pantsil. È la sera di Toni e Gilardino, rimasti a secco contro gli africani, respinti rispettivamente da una traversa e da un palo. Hanno bisogno di timbrare il cartellino per sentirsi al centro del mondo: chi gode di un centravanti col mirino chirurgico può fare strada. Per fare cantare la palla, come contro il Ghana, occorre una replica del direttore d’orchestra Andrea Pirlo e magari anche di un De Rossi più attento agli interventi energici, col contributo di Zambrotta, riconsegnato alla perfetta efficienza ieri sera, sul prato verde del Friz Walter.
Nazionale che vince e convince non si tocca. Riuscisse a ripetersi, garantirebbe un luccicante numero a Lippi (21 partite di fila senza perdere) e a Del Piero la possibilità di ritagliarsi spazio e rivincita contro la Repubblica Ceca, giovedì prossimo ad Amburgo. Conviene anche a lui, scoperto coi nervi tesi e in ritardo di smalto a Duisburg, che la bella e giovane Italia di Lippi liquidi agevolmente la pratica Usa.