Sempre meglio che lavorare

Sempre meglio che lavorare, ha scritto un vicedirettore del nostro Giornale sulla copertina del suo libro. Fosse stato recentemente nel meandri di una partita di grande rilievo internazionale probabilmente avrebbe aggiunto un nuovo capitolo e se lui permette ci pensiamo noi.
Nella magica serata di calcio era infatti invitato il Gotha del giornalismo europeo: c’erano quelli di casa e quelli che venivano da fuori, affratellati davanti al buffet di sala stampa già una decina di minuti prima del fischio finale. Poi ecco l’evento: quelli di casa si fiondano a caccia della notizia piantandosi attenti davanti a una tv, quelli ospiti invece approfittano del momento per smarcarsi e arraffare alcune bottiglie di vino rimaste sul tavolo e difese strenuamente dagli addetti al servizio. L’operazione riesce, mentre gli altri - attenti - prendono nota di quello che tutti a casa stanno ascoltando, ma lo fanno con aria affrettata e impegnata. Tanto che, quando l’allenatore nel pallone dice l’unica cosa interessante da mesi a questa parte, qualcuna delle penne in questione era già in un’altra stanza per stare più tranquilla. Mentre un suo collega - con aria scura - urlava al telefono: «Scusa, sono nella bufera. C’è tanta ribattuta». A quel punto è mancato pure il termine di paragone.