Sempre più libri e festival (ma sempre meno lettori)

Oltre 60mila titoli l’anno, premi, mostre e manifestazioni à gogo.
Ma le vendite calano, le librerie chiudono e i volumi vanno al macero. Meno della metà degli italiani legge un libro all'anno. E di solito è un bestseller...<br />

Cenvenuti al luna park del sapere, avanti singnore&signori, si accomodino: la giostra gira e costa poco. Stacca anche tu un biglietto della lotteria Erudire et edocere, qualcosa vincerai. È la sagra della cultura: in principio furono i premi letterari, da ultimo i festival, senza dimenticare, in mezzo, il proliferare di centri universitari, nati elemosinando qualche corso per sedi distaccate e poi allargatisi a veri e propri atenei autonomi con moltiplicazione di corsi inutili e senza studenti.

Un autentico «virus culturale» che ha colpito metropoli e cittadelle, paesini e villaggi, Pro Loco ed Enti Locali. «Ma resta il dubbio sull’effettivo valore culturale della maggior parte di queste manifestazioni», è il laconico commento di Ermanno Paccagnini, italianista dell’Università Cattolica, per anni critico letterario del Sole 24 Ore e oggi del Corriere della Sera, che sul numero della rivista Vita e pensiero in uscita l’8 novembre firma un impietoso saggio contro l’italico divertimentificio della cultura. Ossia contro i premi in crescita libera che hanno gradualmente sostituito, senza peraltro elevare il livello medio culturale della popolazione in loco, «le vecchie e sacrosante sagre paesane della salsiccia, della toma o del vin santo»; i festival, «assaliti da vogliosi ascoltatori (con un certo tasso di guardonismo), libidinosi nel poter miracolisticamente toccare il proprio mito fissandoselo come reliquia nel telefonino, ma che per la verità raramente si trasformano in lettori»; e l’iper-offerta di mostre, congressi e convegni «col tempo divenuti sempre più pletorici, con poche vere novità e tanta carta inchiostrata da interventi utili solo a fare chili di pubblicazioni da presentare a concorsi e situazioni affini».

Tutti parlano, nessuno ascolta. Tutti pubblicano e nessuno legge. Ancora più preoccupante la situazione editoriale. Gli ultimi dati ufficiali fanno rabbrividire: nel 2007 in Italia sono stati oltre 61mila i titoli librari prodotti - il 62% dei quali novità, il resto ristampe e riedizioni -, per un totale di 268 milioni di copie. Aveva ragione il mai abbastanza compianto Massimo Troisi in Le vie del Signore sono finite: «Io non leggo mai. Non leggo libri, cose... pecché... Che comincio a leggere mò che so’ grande, che i libri sono milioni e milioni? Non li raggiungo mai, hai capito? Pecché io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere».

Il «virus culturale» ha intaccato gli editori (che incredibilmente continuano a crescere: nel 2007 erano 2901), purtroppo però non i lettori. Sempre secondo i dati ufficiali più aggiornati, le persone alfabetizzate che nel 2007 hanno letto almeno un libro sono state meno di 24 milioni, cioè il 43% della popolazione, cioè parecchio meno della metà degli italiani. Cioè più della metà degli italiani alfabetizzati non legge neppure un libro in un anno. E quelli che leggono un libro al mese sono 3,2 milioni. Senza chiamare in causa i giovani: tra gli 11 e i 19 anni legge un libro all’anno il 53,8% dei ragazzi. In Francia il 66%, in Spagna il 72,3.

A confermare il disastro, i dati delle vendite di libri (preoccupanti) e lo stato di salute delle librerie (pessimo): mentre crescono le vendite nei mega-store e nei supermercati, le librerie tradizionali sono in crisi. Entra poca gente e quella che entra capita che chieda - lo raccontava ieri un amico della storica libreria Croci di Varese - Il mercante in fiera di William Shakespeare, o Narciso e Bocca di rosa di Hermann Hesse, o Il giardino degli sfizi continui... non mi ricordo di chi.... Sono quelli che leggono un libro all’anno. «Pecché io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere...».

Milioni a scrivere: in un Paese che brilla per scarsità di lettori tutti hanno un manoscritto nel cassetto. Ma il problema è che lo tirano pure fuori. Un esempio per tutti: la minimum fax di Marco Cassini, una delle più eleganti e sfiziose ma non certo la più grande sul mercato, ha confessato pubblicamente - si era tutti settimana scorsa a un premio letterario... - che riceve in media, solo di romanzi di esordienti, setto-otto plichi al giorno, e la sua casa editrice, nella collana di narrativa italiana, pubblica in media sette-otto titoli all’anno. Uno su 365. In media. Tanto più che, come recita il sito internet, «le uscite italiane di minimum fax sono state già fissate fino alla fine del 2009. La quantità di materiale pervenuto è enorme e dobbiamo ancora valutare moltissimi dei manoscritti arrivati». Punto. A capo.

Siamo da capo: tutti scrivono, tutti vogliono pubblicare, tutti indicono premi, tutti organizzano festival, tutti ci vanno («...quest’anno più dieci per cento, più dieci per cento!!!...»), nessuno legge. O per lo meno leggono sempre gli stessi (pochi). Scendere in piazza è facile, ma sedersi a leggere su una panchina è dura. «Del resto - constata amaramente Paccagnini -, posto anche che le migliaia di assiepanti le piazze siano andati ad accogliere Dante più che ad ascoltare Benigni, quanti di costoro sono tornati al testo scritto?». E quando, fra agosto e settembre, il Giornale ha affrontato, in modo critico, la questione spinosa dei festival e dei premi letterari, si era già avanzato il pesante sospetto che né un Bancarella qualunque né un noir-in-festival qualsiasi fanno vendere una copia (per dire) in più.

Un intellettuale terzista, nel senso di super partes, come Ernesto Galli della Loggia, intervistato di recente dal Secolo d’Italia in uno speciale dal titolo «L’Italia dei festival: dove Marinetti e Gramsci si danno la mano», metteva in guardia dai facili entusiasmi: «Durante queste manifestazioni si possono avere delle buone suggestioni, si può restare affascinati da un pensiero, da un personaggio: ma imparare è un’altra cosa».

E Mario Baudino, sulla Stampa, ha raccolto le critiche che da più parti si iniziano a sollevare sulle kermesse letterarie, denunciando come le stesse si sono trasformate, soprattutto per i giovani scrittori, in qualcosa a metà fra moda e mezzo di sostentamento. «Certo, è una settimana o una tre giorni da delirio e ubriacatura: ma - si chiede Paccagnini guardando anche il risvolto economico della faccenda - cosa resta poi nelle casse dei vari comuni da investire nella vera, necessaria e proficua operazione culturale, che significa lavorare con continuità in loco per avvicinare i propri cittadini alla lettura?». Risposta: poco, o nulla. È il destino di quest’epoca «spettacolare»: che confonde la nuova cultura di massa con la vecchia cultura popolare; che per richiamare pubblico (non lettori) è costretta a chiamare festival, cioè fiera o festa, una serie di incontri letterari; che sopravvive di besteller; e che è costretta a mandare al macero tutti i libri di cui non si è parlato in tv la sera prima: quelli di Vespa, di Scalfari, di Camilleri. E per fortuna che c’è Saviano.