È sempre il primo giorno

Tutto sfuma, si relativizza, si storicizza: ma niente da fare, Antonio Di Pietro continua a fare orrore anche a me. Non avrò mai l’atteggiamento di un Giuliano Ferrara o di un Enrico Mentana che a distanza di anni lo trovano magari «simpatico» e ne legittimano comunque il percorso politico e umano. Concettualmente, Di Pietro è un uomo che ha fondato la propria carriera sulla galera altrui, sulla privazione della libertà altrui, l’infelicità altrui. E non conta il numero degli innocenti che ha messo dentro, che restano comunque tanti. Poi c’è la sua biografia, ciò che forse ho studiato come pochi altri: e di lui mi atterrisce ogni volta il suo ricorrente e sconfinato deserto umano, la sua aura di solitudine esistenzialmente irreparabile. Fossi uno psichiatra cercherei un nesso tra la sua inumana incapacità di amicizia e la sua strombazzata scuola di vita da ex contadino «imparato» a diffidare di tutto e di tutti, magari cercherei una relazione con le terribili e mortali disgrazie della sua adolescenza. Se fossi scaramantico mi limiterei a raggelare, ogni volta, di fronte all’impressionante schiera dei tanti che per qualche misteriosa e fatale ragione l’hanno sfiorato e poi sono caduti in disgrazia: inquisiti, arrestati, morti politicamente o fisicamente. Ci si abitua a tutto. A Di Pietro no.