Il Senatùr in privato lo processa: "Fa come Fini"

Segnale ai maroniani: Reguzzoni resta capogruppo. Bobo giura: "Non sono Bruto". Il partito teme contestazioni domenica a Milano

Roma - Pace fatta? Nemmeno per idea. Il mare leghista è ancora a forza sei. Dopo un faccia a faccia con Maroni, che sembrava chiarificatore al punto di preludere ad un cambio di capogruppo a Roma (la testa di Reguzzoni che i maroniani chiedono come suggello della «pax padana»), Bossi è tornato sulle posizioni di prima, molto critiche verso l’ex ministro (quelle da cui è nato il famoso veto a fare comizi). L’accusa, formulata nel suo ufficio di via Bellerio davanti ad alcuni segretari provinciali, pesa qualche tonnellata: «Maroni fa come Fini, vuole prendersi la Lega e rompere con Berlusconi. Si è fatto impapocchiare da qualcuno, chissà chi c’è dietro di lui che lo manovra...». Allibiti i dirigenti leghisti che assistevano al processo per direttissima fatto da Bossi, che sospetta - o meglio, che si è fatto convincere da qualcuno - l’azione di certi poteri, dei «servizi» vicini l’ex titolare del Viminale (tirati in ballo anche per le notizie uscite sul Trota e per quelle sui soldi all’estero della Lega), qualche manovra ai suoi danni con protagonista Maroni, di cui non si fida affatto.
Insomma non è servito a molto che Maroni gli dicesse, a tu per tu, che non lo avrebbe mai tradito e che non lascerà mai la Lega di Umberto, come ripete anche a Panorama: «Io non sono Bruto, non accoltellerò mai Bossi. Ma credo sia davvero arrivata l’ora di aprire una stagione di congressi per rinnovare la classe dirigente». Sul capo hanno più influenza altri consiglieri, non più Maroni. Si vede anche nella questione capogruppo, uno «stress test» centrale per la Lega. Quarantott’ore fa Bossi era deciso al cambio. Via Reguzzoni, al suo posto non il maronian-calderoliano Giacomo Stucchi, promesso capogruppo dall’estate scorsa (ora invece papabile nuovo segretario nazionale della Lega in Lombardia, quando ci sarà il congresso...), ma il deputato comasco Nicola Molteni, un nome di compromesso per accordare le fazioni in guerra.
Quasi fatta finché il «cerchio» non ha lavorato per il siluramento anche di Molteni, che si è compiuto con una lunga telefonata-consulto di Bossi a Leonardo Carioni, presidente leghista della Provincia di Como, che avrebbe sconsigliato l’investitura. Dunque niente da fare, resta il discusso Marco Reguzzoni, mentre i deputati maroniani continuano a chiederne la rimozione. Il «prodigio» (così chiamato perché Reguzzoni a 31 anni era già presidente della provincia di Varese) dice di aver rimesso il suo mandato nelle mani di Bossi «più di un mese fa, è lui che decide». E poi concorda sull’utilità di un congresso federale «per contarsi e vedere chi è davvero a favore di Bossi e chi no».
Bossi è lo schermo dietro cui si mettono tutti, ma gli anti-cerchio magico non sono anti-Bossi, che resta il capo e fondatore. La replica più netta è di Matteo Salvini su Facebook: «Ci siamo rotti le palle di chi usa il nome del segretario federale per farsi gli affari suoi facendo fare figuracce alla Lega. A mio modestissimo parere Reguzzoni non ha capito, o fa finta di non capire, che siamo tutti a favore di Umberto Bossi, a cui va eterna gratitudine». E, tanto per peggiorare il clima, c’è il giallo sulle firme alla mozione di sfiducia a Passera presentata dal capogruppo. Sulla carta sono tutti i deputati della Lega, ma diversi dicono di non essere mai stati interpellati. Una mozione che si è mossa da sola.
Dopo il bagno di folla di Maroni a Varese, si attende il No Monti day domenica (parleranno solo Bossi, Calderoli e Maroni), con la segreteria federale anticipata il pomeriggio stesso data la delicatezza del momento. Si discuterà di congressi e di quel che sarà successo in Duomo. Si spera contestazioni e fischi solo verso il governo, non verso parte della Lega stessa...