Il Senato allunga la vita al governo

Grazie all’appoggio determinante di <strong><a href="/a.pic1?ID=160465">Follini</a></strong>, il Professore ottiene la fiducia con 158 preferenze &quot;politiche&quot; più quattro senatori a vita. <strong><a href="/a.pic1?ID=160459">Pallaro</a></strong>, in bilico fino all'ultimo, sceglie il sì. <strong><a href="/a.pic1?ID=160460">Turigliatto</a></strong> vota la fiducia, ma annuncia tre no

Roma - Sfilano i senatori davanti al banco del presidente Franco Marini, ma l’emozione ormai s’è consunta. Il voto di Marco Follini sfila accompagnato da un (per fortuna) modesto «buuu» di disapprovazione. L’ennesima giornata di strappi ha logorato ancora il tessuto di Romano Prodi, e ne serviranno di «ago e filo» per riprendere la trama. Sono le 20 e 34 minuti quando scocca il momento clou: passa El Senador, mani in tasca, come a passeggio per l’amata San Telmo a Buenos Aires. Ma la gita a Palazzo Madama non è stata tanto di piacere, per l’italo-argentino Luigi Pallaro, che sussurra al commesso il suo «sì» stanco e noncurante. «Come continuare a dare ossigeno a un cadavere», aveva confidato le sue perplessità al Giornale. E ieri è stato a lungo irrintracciabile, marcato in doppia battuta, «a tenaglia», da Enrico Letta e Franco Danieli. Quasi fossero Romeo Benetti e Claudio Gentile su Mario Kempes, in Argentina ’78.

Non è un trionfo per l’Italia, piuttosto una vittoria inutile come in quel mundial. Passa con il voto dell’«oriundo» la fiducia a un governo quasi unico nella pur fantasiosa storia della Repubblica. Sono 158 i «sì» politici. Sommati ai quattro senatori a vita presenti (la Levi Montalcini, Scalfaro, Ciampi e Colombo) fanno 162 voti, contro 157 «no» dell’opposizione che si dimostra ormai stabilmente alla pari. Diserta Sergio Pininfarina. Esprime in aula il suo «non possumus» Giulio Andreotti, cui non va giù che tra le riforme rivendicate da Prodi ci siano anche le «unioni di fatto per persone dello stesso sesso». Il premier se ne lava le mani: «Il nostro disegno di legge ha esaurito il nostro compito e ora sta al Parlamento costruire un testo per una soluzione condivisa...», prova a dire. «Non è di queste riforme che i giovani hanno bisogno», freme d’indignazione l’ottantottenne Giulio (tormentando le asole del suo doppiopetto nero).

Rinasce dalle ceneri il governo, per ora sembra un carbone spento. Si potrebbe paragonare a una delle formule di «non sfiducia» della prima Repubblica, dell’astensione compiacente, se non fosse più aderente alla nuova realtà il «mi fa schifo ma me lo tengo». «Non cadiamo perché nell’opposizione soltanto Forza Italia, e forse neppure tutta, ci vuole far cadere», commenta uno degli esponenti di primo piano della maggioranza appena riconfermata, e l’opinione vale soprattutto per la sensazione generale che esprime. Non sono soltanto i dissidenti pacifisti a dire che il loro «sì» è transeunte e ballerino, «variabile» a seconda dei lampi di guerra che giungeranno dall’Afghanistan o dagli scaloni di una «controriforma pensionistica». Sono tutte le componenti a rendersi conto che «si va avanti perché si deve andare, dove ancora non sappiamo».

La replica di Prodi non autorizza illusioni. Al suo fianco un D’Alema annoiato e l’amico Parisi, che ha preso il posto del vicepremier Rutelli (commenti velenosi: «Sarà a messa con Ruini»). Il premier ribadisce il canovaccio dell’altroieri, e comincia nell’opera di ricucitura, tessendo le lodi del Capo dello Stato che gli ha consentito di riprovarci. «Non vogliamo oscillare tra rigore e lassismo», dice a proposito della politica economica. Su quella estera, rivendica che «non c’è stato ancora un morto nella zona affidata alla responsabilità italiana in Libano» (numerose operazioni di scongiuro in aula). Vaghi accenni ai partecipanti alla Conferenza di pace per l’Afghanistan, agli impegni con gli Alleati, infine palla in tribuna: «Dobbiamo concentrarci sugli aiuti all’Africa...». Politiche sociali e per la famiglia, ambiente e costi della politica: risponde a ognuno degli interventi come un’amorevole tricoteuse. L’ultimo passaggio è per la legge elettorale: nega di aver evocato la Bicamerale, auspica una «convergenza unanime» e pronuncia la formula magica, come un mantra di lunga vita: «Bisogna camminare in avanti, perché l’ingovernabilità è il rischio più grosso». Se poi si sapesse pure dove andare e con chi, sarebbe un po’ meglio.