Al Senato c’è un’altra casta. E non sono senatori

Tredici sigle sindacali per difendere
i 1.016 dipendenti del Senato
e per non perdere i privilegi.
Aggirato il blocco degli aumenti. E il Questore
Adragna (Pd): "Non sforiamo il
tetto di spesa&quot;<br />

da Roma

Agosto caldo sul fronte sindacale. Sentito mille volte, quasi da non farci più caso. Magari un po’ più di attenzione ci si può mettere se a prepararsi alla battaglia sono le tredici sigle sindacali rappresentative dei mille (e sedici) dipendenti del Senato.
Oggetto, manco a dirlo, il rinnovo del non proprio pessimo contratto di lavoro, una questione che preoccupa abbastanza i questori di Palazzo Madama. Che anche ieri hanno lanciato appelli (e allarmi) affinché il risultato della nuova contrattazione preveda una spesa comunque «entro il limite dell’inflazione programmata calcolata nell’1,5 per cento».
A scoperchiare la pentola, a ridosso dell’approvazione dei bilanci dei due rami del Parlamento, è Il sole-24 ore che preannuncia un confronto serrato tra le parti e un «blitz agostano» per l’approvazione dei contratti del personale del Senato.
Andando indietro nel tempo, sul finire della scorsa legislatura, l’allora presidente Franco Marini aveva previsto l’abolizione delle norme che prevedevano per i dipendenti scatti e automatismi nelle retribuzioni con incrementi «pesanti» rispetto alla media del pubblico impiego. Un meccanismo che aveva portato ad aumenti in busta paga di oltre mille euro al mese in un solo anno. Un provvedimento dalla vita breve però, visto che qualche mese fa è stato annullato da un organismo interno di controllo, la commissione contenziosa, che ne ha motivato la revoca sulla base di un vizio di forma.
Sta di fatto che nelle more di un secondo grado di giudizio, la presidente della Rappresentanza per le questioni interne, la leghista Rosy Mauro, sta cercando di mediare per giungere ad un accordo che metta fine al contenzioso. E contro cui il Questore Pd Benedetto Adragna ha già dichiarato guerra nel caso comporti «aggravi di spesa oltre i tetti programmati».
Una bozza di accordo è già pronta. Per prima cosa viene prevista la definitiva abrogazione della delibera del Consiglio di presidenza che bloccava gli scatti retributivi automatici e contestualmente la concessione per un solo anno, dell’aumento dello 0,75 (incremento di produttività di produttività dell’intera amministrazione). Non solo. In via sperimentale e in attesa di una disciplina definitiva, si continuerebbero a pagare gli incrementi individuali di produttività oscillanti tra l’1,5 e il 2 per cento. Un trattamento che non è riservato ai «meno fortunati» colleghi della Camera. Come a Montecitorio non è prevista la monetizzazione delle ferie non fruite, pagate a fine carriera, ripristinata a fronte di una piccola penalizzazione.
In cambio però, gli impiegati di Palazzo Madama vedrebbero aumentata la quota dei contributi a loro carico. Perché questo si metta nero su bianco però, bisognerà aspettare settembre. Mentre è incerto se vedrà la luce prima o dopo le ferie un accordo «rivoluzionario» per il Senato, quello che prevede il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per il computo della pensione dei dipendenti che quindi a breve potrebbero trovarsi alle prese con gli scalini e gli scaloni. Piano con l’entusiasmo però. La novità riguarderà solo coloro che a Palazzo Madama ci metteranno piede in un futuro prossimo.
Intanto appare sempre più lontana l’equiparazione del trattamento dei dipendenti dei rami del Parlamento. Fatto trascurabile rispetto ai numeri che dicono che tra stipendi e pensioni il Senato impiega quasi il 43 per cento dei 512 milioni di euro di budget.
Naturalmente pagati dai contribuenti.