Il Senato farà crollare il castello di carta di Visco

La torbida vicenda che vede coinvolto il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco, la prossima settimana arriverà dunque in Parlamento. Non poteva essere altrimenti, vista la gravità delle accuse rivolte all'ispiratore della vessatoria politica fiscale del governo, il quale sarebbe arrivato a minacciare il comandante generale della Guardia di finanza, Roberto Speciale, se non avesse provveduto ad azzerare i vertici delle Fiamme gialle in Lombardia, «colpevoli» di aver indagato sul caso Unipol. Ho detto arriverà, ma sarebbe stato giusto dire «tornerà» in Parlamento, perché il caso vi era già arrivato lo scorso luglio, sulla scia delle interrogazioni presentate da vari deputati. Prodi, allora alla Camera, ritenne di cavarsela raccontando un sacco di bugie, ma stavolta non sarà possibile.
Il signor Visco avrebbe dovuto dimettersi subito, avrebbe dovuto chiarire bene tutto e solo allora Prodi avrebbe potuto forse richiamarlo, per tornare a svolgere la sua opera di «sanguisuga» ai danni degli italiani. Così, invece, Prodi e Visco mostrano un'arroganza senza precedenti.
Del resto, basta leggere ciò che disse Prodi in Parlamento lo scorso 26 luglio 2006, per comprendere che questi signori hanno davvero la faccia di bronzo. Incalzato dal deputato Ciccoli, che chiedeva lumi sul trasferimento d'ufficio dei vertici della Guardia di finanza in Lombardia, Prodi rispose che «il viceministro Visco, titolare della delega relativa alle politiche fiscali della Guardia di finanza, assumendo l'incarico, ha svolto, come è prassi, una serie di consultazioni con tutti i responsabili di sua competenza, dalle agenzie fiscali ai vari settori dell'amministrazione e alla stessa Guardia di finanza. Da tali colloqui è emersa l'opportunità di provvedere ad avvicendamenti che sono abituali in questi casi».
A parte il fatto che la delega di Visco riguarda le politiche fiscali delle Fiamme gialle e non la loro organizzazione interna, Prodi parlò di «normali avvicendamenti». Evidentemente, non lo avevano informato che quelli di Milano pretesi da Visco non potevano configurarsi come normali avvicendamenti all'interno della Guardia di finanza. I cambiamenti, all'interno delle Fiamme gialle, vengono studiati e programmati e comunicati con largo anticipo, come ha spiegato proprio il Cocer della Guardia di finanza, in un comunicato.
Il presidente del Consiglio, insomma, disse una bugia, così come aveva fatto in precedenza il suo viceministro. Ma ora i nodi vengono al pettine. E la prossima settimana sarà molto difficile per Vincenzo Visco riuscire a mantenersi incollato alla poltrona: ormai anche l'Unione sembra averlo mollato, così come gli italiani hanno mollato il suo capo, Romano Prodi.
La verità è che, insieme a Prodi e Visco, sta crollando il castello che era stato artificiosamente costruito prima delle elezioni politiche del 2006, per battere Berlusconi. Un castello fatto di carta: la tanta carta del fantasioso programma elettorale dell'Unione. Presto, però, tutto questo sarà solo un brutto ricordo: dopo la spallata degli italiani al governo, col voto delle Amministrative, il 6 giugno ci sarà la «sfiducia» del Senato per Visco. A quel punto, a Prodi non resterà che imboccare la strada del Quirinale, per rassegnare le dimissioni. E l'Italia potrà voltare pagina.
*Vicepresidente dei senatori

di Forza Italia