Senato, governo ancora battuto Prodi furioso coi franchi tiratori

Gianni Pennacchi

da Roma

Bum!, la Magnolfi conserva il doppio incarico e i franchi tiratori nel centrosinistra salgono da dieci a venti. Bel risultato per la «trasparenza», la «funzionalità», la «salvezza» dell’Unione e lo stop al malvezzo della doppia prebenda. Dicono che Romano Prodi stia schiumando più per questo smacco che per il travaglio della finanziaria, e vada minacciando di dimetterli d’autorità, i sottosegretari senatori che non schiodano da Palazzo Madama. Certo, può esigere che lascino quanto meno il governo, ma come può passare a questo atto d’imperio sui bassi gradi, quando c’è addirittura un ministro senatore, Livia Turco, che non «riesce» a dedicarsi interamente alla Salute?
Questo è il tipico articolo dove il povero cronista non sa se dover dare prima la notizia o l’antefatto. Cerchiamo di darli insieme, ricordando che la maggioranza è così asfittica al Senato, da aver portato il premier a porre l’ultimatum ai membri di governo eletti a Palazzo Madama: lasciare lo scranno a un subentrante che si dedichi interamente a star lì e votare. Clemente Mastella, titolare della Giustizia, ha risposto picche perché se lo può permettere, e resta pure senatore. L’altro ministro, appunto la Turco, ha dato le dimissioni da senatrice ma per ben due volte non sono state accolte, per il voto contrario dell’opposizione e per una decina di franchi tiratori della maggioranza che probabilmente le voglion bene dunque non intendono privarla del salvagente, visto che il governo è molto più a rischio della legislatura. Ieri il Senato ha votato per la terza volta sulle dimissioni di Beatrice Magnolfi, sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento e le Riforme istituzionali: su 305 votanti, 143 sì, 158 no e 3 astenuti. Questi ultimi son forse gli altri sottosegretari ancora senatori - Franco Danieli, Gianni Vernetti e Paolo Giaretta - che paventano il giorno della scelta. Però una ventina almeno di amici della Magnolfi hanno ignorato alla grande l’ordine di scuderia, poiché nello scrutinio segreto non c’è Prodi o capogruppo che possa controllare.
«Evidentemente i problemi politici non sono del tutto risolti», dice ora la sottosegretaria ancora senatrice con tono dispiaciuto, proclamandosi «meravigliata e sorpresa». Tant’è che conserva le due selle. Mentre Alberto Maritato, diessino come lei ma colpevole forse d’essere ex magistrato, s’è visto accettare le dimissioni alla prima votazione, addirittura a luglio, e ora è solo sottosegretario alla Giustizia. Così i margheriti Roberto Pinza (Economia e Finanze) e Filippo Bubbico (Sviluppo economico), dimissionati al secondo scrutinio. Quel che non si capisce è perché continuino a resistere col doppio incarico e «lor malgrado», Franco Danieli (Ds) e Gianni Vernetti (Margherita) sottosegretari agli Esteri, e il senator margherito Paolo Giaretta, sottosegretario allo Sviluppo economico. Per non dire del fresco caso della Magnolfi, che ora batte pure il record della Turco.
Che fare? La capogruppo dei senatori olivetani, Anna Finocchiaro, sospira anch’ella che «il caso è politico», come dire che Prodi deve inventarsi qualcosa. I verdi comunisti Gianpaolo Silvestri e Dino Tebaldi, contato che «almeno una ventina di voti arrivano dall’Unione», stigmatizzano che «questa scena si ripete ormai da tempo e sta diventando una penosa telenovela», dunque se la Magnolfi e gli altri tre sottosegretari non riescono a lasciar lo scranno, si «dimettano dal governo e, nel caso ciò non accadesse, chiediamo a Prodi di sostituirli», poiché «la situazione della coalizione al Senato non può più permettersi simili ipocrisie e giochi di questo tipo». Insomma, accusano esplicitamente gli amici dei renitenti. Ma perché il pugno di ferro solo coi sottosegretari e non coi ministri?
L’opposizione ridacchia gongolante. «Ogni volta che non c’è il controllo sovietico sul voto, questa maggioranza si dissolve e il governo va sotto», commenta il capogruppo leghista Roberto Castelli. «La maggioranza di Prodi al Senato è come il trucco: c’è, ma non si vede», chiosa il capogruppo forzista Renato Schifani, domandandosi come potrà mai «questa pseudo maggioranza» approvare la finanziaria o la riforma pensionistica: il Professore «ponga pure la fiducia, lo aspettiamo al varco».