Senato, per l’Unione è il giorno del giudizio

Gianni Pennacchi

da Roma

A tarda sera i contabili dell’Unione erano arrivati a quota 161. Mettendo dentro tutto, anche Rita Levi Montalcini che ha rinnovato fedeltà al centrosinistra pur ribadendo «stima» per Giulio Andreotti, anche l’indipendente italo-argentino Luigi Pallaro che ha incassato promesse da Romano Prodi, anche la sudtirolese Elga Thaler che ha annunciato «seguirò la linea del mio partito - la Svp - ma non sono affatto contenta», anche i senatori dell’Udeur che formalmente avevano dato «disco verde» a Franco Marini dopo il colloquio tra Prodi e Clemente Mastella conclusosi con reciproca «soddisfazione»: la promessa di un ministero corposo, se non la Difesa almeno l’Agricoltura. Tutto il sicuro odierno a Palazzo Madama, quando sotto la regia del Pio Oscar e compiuti gli adempimenti formali si andrà al primo scrutinio per l’elezione del presidente del Senato. Contano su 161 voti. Ma nelle due votazioni del primo giorno, per farcela ce ne vogliono 162. Dunque a Marini ne mancherebbe uno appena. Ed è pur vero che domani, quando sarà sufficiente la maggioranza dei presenti, o alla peggio nel ballottaggio successivo, con un tal vantaggio il lupo marsicano potrà incassare la vittoria. Ma la storia insegna che se il favorito non ce la fa al primo colpo, rischia di perdere voti nel successivo scrutinio, e l’emorragia potrebbe rivelarsi fatale. Per questo, Giulio Andreotti non s’arrende e aspetta. Come si confà ad una vecchia volpe.Tant’è che i riflettori della seduta inaugurale del nuovo Parlamento son puntati sul Senato, lì si gioca la credibilità dei vincitori del 9 aprile. A Montecitorio il regolamento impone maggioranze iniziali di due terzi, ma l’esito è scontato e domani sera, al quarto scrutinio, Fausto Bertinotti sarà il successore di Pier Ferdinando Casini. Così scontato - l’Unione conta più di 340 deputati su 630 - che ieri il leader di Rifondazione ha detto di star vivendo «una giornata normale», pur facendo un minimo di «dovuti scongiuri». Al Senato è lo scontro, pur se i due concorrenti fanno mostra di serenità e distacco. «Non resta altro che andare lì, ci dobbiamo contare e ci conteremo», dice Marini assicurando di non esser minimamente in apprensione: «Uno abituato come me ad essere votato, che ha partecipato a tanti testa a testa, come fa ad essere agitato? Vorrei esserlo un po’, ma non ci riesco». Il candidato della maggioranza però ammette: «È complicata, lo scarto di voti non è alto ma sono convinto che la nostra coalizione terrà in maniera straordinaria». Anche Andreotti si dice tranquillo: «Se mi eleggeranno farò volentieri il presidente del Senato. Se non ce la farò, continuerò serenamente a svolgere la mia attività da senatore a vita». Con la precisazione che però andrà sino in fondo: «Sono stato proposto come candidato super partes. Io ho accettato volentieri e vedremo».
Già, vedremo. Dal centrosinistra si dicono tutti sicuri, «Marini ce la fa» assicura Prodi, «abbiamo un candidato competitivo e forte, il migliore» si rincuora Francesco Rutelli, «né ottimista né pessimista, sono fiducioso» garantisce Massimo D’Alema che all’annuncio di Prodi che lo vuole fortissimamente con sé al governo ha risposto «grazie, ma è un problema prematuro». Dall’altra parte, c’è Roberto Calderoli che insiste e s’appella al Quirinale, «scenda in campo» bloccando il voto degli eletti all’estero per «gli errori macroscopici» nei verbali che li riguardano, altrimenti si finirà con l’eleggere presidenti delle Camere «già in partenza illegittimi».
Giulio Andreotti «rappresenta una forte discontinuità», avrebbe detto Berlusconi ai parlamentari azzurri, e se la sua candidatura al Senato dovesse passare i giochi potrebbero riaprirsi, nel senso che a quel punto l'incarico a Prodi verrebbe assegnato dal nuovo Capo dello Stato. Una vittoria di Andreotti, infatti, metterebbe Ciampi di fronte a una situazione particolare e per questo l'incarico a Prodi verrebbe a quel punto con ogni probabilità assegnato dal nuovo Capo dello Stato.
Già, perché se è vero che Prodi va avanti ugualmente e ieri sera ha poi incontrato anche D’Alema (che avrebbe accettato gli Esteri, ponendo come condizione che gli sia chiesto da tutti gli alleati) oltre Rutelli, Mastella e tutti gli altri, insomma sta compilando la lista del suo governo come se nulla potesse fermarlo, un’eventuale sconfitta al Senato suonerebbe ugualmente come viatico mortifero.