Senato, «maggioranza» battuta E l’Unione vota contro il premier

La sinistra non ha i numeri per l’abolizione della Bossi-Fini e della legge sulla droga. E sulle dimissioni dei sette senatori non segue Prodi

Adalberto Signore

da Roma

Nel primo pomeriggio il voto sull’ordine del giorno dei lavori, in serata quello sulle dimissioni dei sette senatori che ricoprono incarichi di governo. Poche ore in cui Palazzo Madama diventa il teatro della prima sconfitta parlamentare della maggioranza e dell’ennesimo smacco politico al governo Prodi. Sull’indulto, infatti, l’Unione incappa in un incidente già sfiorato più volte e va sotto nel voto di una parte politicamente significativa del provvedimento. Mentre nel voto sulle dimissioni, il secondo «no» del Senato non può non essere letto come una sonora sconfitta del Professore, che più volte aveva ribadito di essere «assolutamente contrario» al doppio incarico. Prima delle elezioni per ragioni etiche, dopo il voto pure per esigenze pratiche legate alla risicata maggioranza di Palazzo Madama. Tant’è che il problema non vale per i deputati.
Ma andiamo con ordine. Di prima mattina il gruppo dell’Ulivo - firmatari il presidente Anna Finocchiaro, i vicepresidenti Luigi Zanda e Nicola La Torre, e molti altri nomi noti, da Massimo Brutti a Guido Calvi - presenta un ordine del giorno sull’indulto. Con un corollario: il testo impegna il governo a riformare la normativa sull’immigrazione («specie là dove il carcere viene previsto come sanzione per la violazione delle norme in materia di espulsione»), il sistema sanzionatorio in materia di tossicodipendenze («oggi particolarmente pesante, che non discrimina tra sostanze diverse e prevede sanzioni carcerarie elevate anche per la semplice detenzione di droghe leggere») e abrogare le norme che limitano i benefici della legge Gozzini. Insomma, quasi un vero e proprio programma in materia di giustizia che ha come linee principali l’abolizione della Bossi-Fini, della Fini-Giovanardi e, per quanto riguarda la recidiva, della legge ex Cirielli. Così, pur nel clima d’intesa che accompagna il dibattito bipartisan sull’indulto, si decide di votare l’ordine del giorno per parti separate. Viene approvata la prima, che impegna l’esecutivo a riformare il codice penale e di procedura penale e a promuovere il Garante nazionale per l’esercizio e la tutela dei diritti dei detenuti. Ma viene bocciata quella su immigrazione, droga e legge Gozzini con 147 «no» e 144 «sì».
Per il centrodestra è un piccolo successo perché, spiega il capogruppo dell’Udc Francesco D’Onofrio, «per la prima volta abbiamo votato qualcosa che non fossero presupposti di costituzionalità o una fiducia e abbiamo vinto». Renato Schifani, presidente dei senatori di Forza Italia, parla invece di «maggioranza parlamentare paradossale» perché «ha tentato di dettare il programma al ministro della Giustizia e non il contrario come sarebbe stato normale attendersi». Soddisfatto anche il senatore di An Alfredo Mantovano. «All’Unione - attacca - non bastava un indulto così ampio e senza correttivi. Voleva, in più, aprire la strada alla riforma della legge sulla droga, della Fini-Bossi e della Cirielli».
Passa qualche ora e, approvato l’indulto, l’Aula vota per la seconda volta le dimissioni dei sette senatori che hanno anche incarichi di governo. Nella sala Garibaldi si aggirano con gli occhi puntati sugli schermi al plasma i senatori in pectore, pronti a festeggiare il ripescaggio. Ma ancora una volta il voto è compatto: il ministro della Salute Livia Turco, il viceministro dell’Economia Roberto Pinza, il viceministro degli Esteri Franco Danieli, i sottosegretari allo Sviluppo Economico Filippo Bubbico e Paolo Giaretta, il sottosegretario alle Riforme Beatrice Magnolfi e il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti restano tutti in carica. Respinte anche le dimissioni presentate da Gigi Malabarba (Prc) che aveva annunciato di voler lasciare il suo seggio a Heidi Giuliani, la madre del ragazzo ucciso durante il G8 di Genova. «Un voto - spiega D’Onofrio - che ha un valore emblematico, visto che Prodi si era impegnato in prima persona su questa questione». «Il premier - dice Schifani - è stato delegittimato dalla sua stessa maggioranza. Nel segreto dell’urna, parte del centrosinistra si è espressa contro le sue indicazioni». Chiarissime, se durante il Consiglio dei ministri del 21 luglio scorso (otto giorni fa) aveva annunciato che in assenza di dimissioni sarebbero state «riconsiderate le posizioni di ministri e sottosegretari». Chiosa D’Onofrio: «Nessuno stupore, è solo la dimostrazione che nonostante i numeri risicati al Senato la maggioranza non ha intenzione di attrezzarsi per l’autunno. La certificazione che questo è un governo balneare, per cui nessuno è disposto a lasciare un seggio sicuro per una poltrona traballante».